DON JUAN. IL DISSOLUTO ASSOLUTO

Sinossi

 

Studio su Don Giovanni di Molière

 

Riduzione drammaturgica e regia: Silvia Masotti e Camilla Zorzi

Costumi: Davide Tonolli

 

Don Giovanni è un personaggio che tutti conosciamo, perché in un modo o nell’altro abbiamo orecchiato, o conosciamo, l’opera di Mozart e il significato simbolico che il termine dongiovanni ha assunto.

Ma chi è Don Giovanni, da dove nasce questo personaggio? Già ben prima di Mozart Don Giovanni attraversava l’Europa trasformandosi e adeguando di volta in volta i suoi mille volti: come un mosaico, più lo si guarda da vicino, più sono le tessere che compongono questo personaggio.

Nel 1665, in piena controriforma, Molière ha scritto per il teatro il suo Don Giovanni, rifacendosi al Burlador di Tirso da Molina, ma contaminandolo con aspetti più cupi e conflittuali, che rispecchiano la sua poetica e il clima della controriforma. Se nell’opera di Tirso da Molina Don Giovanni è il seduttore, colui che usa l’arte dell’inganno per portare a termine le sue imprese amorose, in Molière Don Giovanni non è più solo l’uomo che seduce, ma incarna il dissacratore, l’uomo che sfida il cielo e che osa invitare a cena un morto. La dissolutezza di Don Giovanni – il suo essere al di fuori delle regole dello scambio – ha a che fare con la sua stessa dissoluzione: consumando il mondo degli affetti, Don Giovanni consuma anche se stesso. Il Don Giovanni di Molière, dopo aver mostrato nei primi due atti la faccia del classico seduttore, si avventura in un bosco nel quale si perde: proprio lì l’opera perde realismo e si addentra in un terreno quasi metafisico. In questo bosco Don Giovanni incontra un povero, che sembra un’anima del purgatorio, dopo averlo sbeffeggiato entra nel Mausoleo dove incontra la statua del Commendatore: lì avviene l’incontro con il “meraviglioso”, con quel metafisico che Don Giovanni tanto disprezza, ma che allo stesso tempo anela, come se solo qualcosa di grande come il Cielo possa opporsi al suo altrettanto grande vuoto di senso.

 

Abbiamo scelto di rappresentare questo testo con il gruppo di ragazzi più grandi, che hanno dai diciassette ai venticinque anni. Il Don Giovanni di Molière parla della dissoluzione dell’amore, dell’affetto, della compassione, della tenerezza; Don Giovanni consuma compulsivamente qualcosa che non è che il simulacro dell’amore, svuotato di ogni sentimento e di ogni reciproco scambio.

C’è qualcosa di estremamente riconoscibile e attuale nel “consumismo affettivo” del Don Giovanni di Molière; egli incarna, da questo punto di vista, quello che Recalcati definisce il soggetto ipermoderno, “un soggetto spaesato, dominato da un continuo godimento narcisistico, che esclude qualsiasi possibilità di scambio con l’Altro”. Questo spaesamento ha molto a che fare con la liquidità di cui oggi sono investiti gli affetti e i sentimenti, preda, come molti aspetti della nostra vita, di un consumismo sfrenato che non riflette su se stesso e non lascia quindi spazio per l’Altro.

La fatica di una costanza rispetto all’oggetto del proprio amore, sia esso amore per una persona, o sia una passione che coltiviamo per la nostra vita, è un tema caro ai ragazzi più grandi, ed è uno dei motivi per cui abbiamo scelto di mettere in scena questo testo. Più di un ragazzo interpreterà la figura di Don Giovanni, rilevandone di volta in volta aspetti diversi a seconda di come ciascuno di loro riconoscerà questa figura fuori e dentro di sé. Don Giovanni è un mito, come tutti i miti ha un effetto catartico: mette a nudo l’ipocrisia del genere umano, ci costringe tutti a puntare gli occhi sugli aspetti più scomodi e meno accettabili di noi stessi e della nostra società.

Don Giovanni in Molière è ancora di più: la sua tensione verso l’assoluto, la sua sfida costante al Cielo tradiscono la paura e il desiderio di confrontarsi con qualcosa di trascendente – sia esso Dio, l’Inferno, o la Morte. Forse oggi abbiamo perso questa tensione, questa sete di Trascendenza e da questo punto di vista assomigliamo di più all’altra faccia di Don Giovanni, quella che non ha più niente di mitico, di dissacratorio, di assoluto: Sganarello, il suo servo. Dopo che Don Giovanni muore, quasi suicida, tra le braccia dell’inferno, Sganarello conclude l’opera rivendicando con avidità i suoi soldi, la paga che con la morte del padrone non avrà mai: è il soldo ormai il solo dio al quale appellarsi.

(Silvia Masotti e Camilla Zorzi)

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