A cura di Alice Martini

Silvia Masotti e Camilla Zorzi, docenti della scuola di teatro di A.LI.VE., ci raccontano le nuove scelte drammaturgiche, dovute al distanziamento sociale, che vedremo ne il “Mercante 2.0.”. «Il risultato è un esperimento di cui siamo molto curiose: in fondo è questo il senso del nostro lavoro, consentire ai ragazzi di cercare e creare in direzioni nuove, inedite» raccontano le insegnanti.  

Come si inserisce il Mercante di Venezia di Shakespeare in questa riflessione sull’Eredità?

«La questione dell’eredità ne “Il Mercante di Venezia” è complessa: tutto gira attorno ad un gruppo di amici veneziani, giovani “vitelloni” benestanti che chiacchierano, bevono e fanno festa, dissipando il patrimonio di padri di cui non sentiamo mai parlare.  A Venezia c’è anche Shylock, l’usuraio, l’ebreo, che è anche padre di una ragazza, Gessica, che ha la stessa età dei giovani veneziani. Per Gessica la cultura paterna, il suo essere ebrea, è un fardello dal quale liberarsi per essere come gli altri.

A Belmonte c’è una giovane donna ricca, Porzia. Il padre, per proteggere il suo patrimonio, ha lasciato in eredità alla figlia l’ordine di sposarsi con colui che la vincerà attraverso il gioco di tre scrigni. Porzia perciò non è libera di scegliere né di rifiutare i suoi pretendenti, ma aspetta che la volontà del padre morto si compia: si trascina annoiata dalla vita, senza slancio per il futuro, indurita dal disprezzo per gli altri.

I personaggi di questa storia si muovono in un mondo nel quale l’ottica economica è diventata totalizzante, le cose più importanti sono l’apparenza e l’appartenenza sociale, intese come omologazione al modello dominante. Quando l’identità culturale diventa così fragile, per affermarla è necessario definirla attraverso l’identificazione del nemico, cioè l’Altro, il diverso da sé. Ed ecco che Shylock, l’ebreo, diventa il capro espiatorio che consente a questa comunità di definirsi. 

“Il Mercante di Venezia” è una commedia nera, amara, è un testo che noi amiamo moltissimo e che da anni vogliamo mettere in scena con un gruppo di giovani attori. Ma quando è iniziata la riapertura abbiamo pensato che non sarebbe stato possibile mettere in scena “Il Mercante di Venezia” così come lo avevamo pensato, perché è un testo che necessita di vicinanza, contatto: non avremmo potuto portarlo in scena nel rispetto delle normative che prevedono la distanza di un metro sulla scena. Abbiamo quindi deciso di rimandare il debutto de “Il Mercante di Venezia” e di tentare l’esperimento che vedrete in scena.

Come siete arrivate a pensare al lavoro che vedremo in scena?

«Il 7 marzo 2020 siamo stati costretti a sospendere le prove in presenza: il lockdown ci ha tenuti casa e il teatro a distanza non si può fare. Dopo un primo momento in cui abbiamo continuato a provare le scene in lontananza abbiamo deciso di continuare a lavorare in modo diverso: abbiamo fatto ai ragazzi una proposta di drammaturgia, cioè di scrittura per la scena. Siamo partite da una domanda, che abbiamo rivolto ai ragazzi: chi potrebbe diventare il tuo personaggio oggi, che situazione potrebbe descrivere, se vivesse ai giorni nostri? 

A partire da questa domanda ciascuno di loro ha immaginato il suo personaggio ai giorni nostri e ha trovato una metafora, una situazione, in cui collocarlo nella nostra contemporaneità.

Ogni ragazzo ha poi scelto un dialogo o un monologo del testo di Shakespeare e l’ha riscritto in forma di monologo. Ciascuno di loro ha scelto in autonomia come ricollocare il suo personaggio nel presente, in base alla propria sensibilità, usando però in modo rigoroso e come punto di partenza imprescindibile per il lavoro di riscrittura il testo di Shakespeare. In quest’ultimo mese di lavoro abbiamo lavorato di interpretazione e regia sui monologhi, componendoli in un lavoro unitario. 

Abbiamo pensato quindi ad una serata un po’ particolare: porteremo in scena nella prima parte alcune scene tratte da “Il Mercante di Venezia”, debitamente ricalibrate in modo da rispettare il distanziamento, quelle da cui i ragazzi sono partiti per il loro lavoro di riscrittura. A seguire ciascun ragazzo reciterà poi il proprio monologo “contemporaneo” in quello che ci siamo permessi di chiamare IL MERCANTE 2.0.

Il risultato è un esperimento di cui siamo molto curiose: in fondo è questo il senso del nostro lavoro, consentire ai ragazzi di cercare e creare in direzioni nuove, inedite».  

Avete lavorato con Davide Tonolli anche per questi costumi?
«Davide ha realizzato i costumi per “Il Mercante di Venezia”, ma non volevamo svelare il suo lavoro prima che lo spettacolo potesse andare in scena in forma integrale. Non vedrete quindi in scena i costumi di Davide, ma una composizione di abiti scelti assieme ai ragazzi ciascuno per il suo personaggio». 

Che storia ci racconta il “Mercante 2.0”?

«I pezzi scritti dai ragazzi non raccontano una storia unitaria, come fa Shakespeare ne “Il Mercante di Venezia”: sono autonomi l’uno dall’altro. Quello che però tutti questi pezzi insieme raccontano è uno sguardo, piuttosto duro e implacabile, su certi meccanismi, che spesso non abbiamo voglia di vedere e di riconoscere dentro di noi e nella realtà che ci circonda. 

Questo per noi è il senso più profondo dello studio del teatro, il privilegio di avere una lente di ingrandimento sul sublime dell’uomo, che ci permette di amplificare e quindi di analizzare ciò che c’è in lui, e quindi in tutti noi, di meraviglioso e di tremendo, per stanare, con coraggio, come direbbe Gaber, “i mostri che abbiamo dentro”. Con questo spirito condividiamo con il pubblico questo studio». 

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