A cura di Alice Martini

Ultimo appuntamento con le presentazioni degli spettacoli di InChiostro Vivo a tema Eredità. Le docenti della scuola di teatro di A.LI.VE. oggi presentano “Macerie. Variazioni sul mito” in scena lunedì 20 e martedì 21 luglio nel Chiostro di Sant’Eufemia

Di cosa parla questo testo, in sintesi?

«“Le Troiane” inizia dove finisce la guerra di Troia. Dopo una guerra estenuante, con l’astuzia del Cavallo di Legno ideato da Ulisse, i greci conquistano Troia: uccidono gli uomini, radono al suolo la città. Le donne di Troia (principesse, regine, sacerdotesse, madri) sono ridotte in schiavitù e diventano il simbolo attraverso i secoli del prezzo femminile e civile che ogni guerra comporta. 

“Le Troiane” è una tragedia scritta da Euripide che si sviluppa attraverso le parole delle donne di Troia che hanno ormai perso tutto, sono sul porto e aspettano di essere imbarcate. Non sanno cosa le aspetta, sanno però che se nella loro terra di origine, Troia, erano regine o principesse, nel nuovo mondo, quello verso il quale verranno deportate, saranno schiave, vittime del desiderio degli uomini, prive di qualunque possibilità di scelta riguardo alla loro vita e al loro destino». 

Cosa avete mantenuto del testo originale e cosa avete modificato, e perché?

«Abbiamo chiamato il testo “Macerie. Variazioni sul mito” proprio perché non si tratta di testo unitario. Euripide scrive “Le troiane” e “Ecuba” sullo stesso tema: la disfatta di Troia. La maggior parte delle parole che sentirete in scena sono quelle di questi due testi di Euripide. Le figure di Euripide sono d’altra parte personaggi su cui si sono confrontati tantissimi scrittori in ogni epoca, non c’è un modo solo per guardarli, sono archetipi, cioè danno voce a sfaccettature dell’essere umano di tutti i tempi, hanno mille volti.  Abbiamo cercato e messo insieme alcuni di questi volti, da quelli che recuperano l’eroe nella sua grandezza (con frammenti dall’”Iliade” di Omero) a quelli presi da riscritture novecentesche (testi di Christa Wolf, Marina Carr, Lina Prosa, Ingeborg Bachmann…). Ne risulta un testo fatto di molti linguaggi, per raccontare la tragedia che si rinnova ogni volta che un mondo rischia di morire senza lasciare né eredità né eredi». 

Dobbiamo aspettarci una ambientazione classica? 

«Le parole di Euripide potrebbero raccontare molti momenti della nostra storia occidentale, lontani e vicini, a volte vicinissimi! L’ambientazione, i costumi, le musiche, i riferimenti non ci rimandano ad un’antichità scolpita nel passato, ma a un tempo più vicino al nostro. Abbiamo pescato molto dalla cultura di inizio Novecento, soprattutto dalla cultura tedesca, emersa in un periodo di grande slancio culturale, poco prima del crollo più epocale e roboante della storia, la seconda guerra mondiale. Anche il modo in cui abbiamo usato il corpo in scena richiama le avanguardie di inizio secolo, come scrive il filosofo Kracauer (“La massa come ornamento”, 1927) parlando di quel periodo: “i balli hanno un passo disperato, esausto, fatuo, irregolare, affannoso, liberatorio”. Il riferimento teatrale di quell’epoca, e lo è stato anche in questo nostro lavoro, è Brecht, che cerca attraverso un teatro grottesco e eccessivo, “epico”, di far riflettere lo spettatore. Abbiamo pensato anche all’arte figurativa di quegli anni, all’espressionismo, come stimolo per imprimere una forza ai corpi sulla scena». 

Considerazioni sui costumi di Davide Tonolli. 

«Il costume non deve intralciare o affaticare il movimento dei giovani allievi e deve valorizzare ciascuno di loro ad ogni età, chi è più disinibito, ma anche chi lo meno. In questo senso a volte sono necessarie scelte “comode”, ma la scommessa è quella di non rinunciare all’idea di partenza e alla scelta artistica che sta alla base. Ne è esempio il costume di Ecuba, che è interpretata da quattro ragazze e che sono quindi quattro costumi simili, ma leggermente diversi. L’idea che le gonne delle Ecube inglobino il palco è legata al fatto che Ecuba è un tutt’uno con la terra di cui è immagine e simbolo. Ecuba è Madre e Madre Terra defraudata e depredata, è il simbolo di una città e di una civiltà che con il racconto e il teatro resiste all’annientamento della guerra. Avendola sdoppiata in quattro volevamo che occupasse l’intero palcoscenico! Naturalmente abbiamo dovuto ri-declinare le idee iniziali a seconda delle possibilità espressive e fisiche delle attrici, in modo che il costume valorizzasse il lavoro fisico di ognuna e non lo ostacolasse.  I costumi delle Troiane si ispirano a molte immagini del Novecento, secolo di grandi guerre e di terribili annientamenti. Dal Teatro di Pina Bausch, passando per “La Caduta degli Dei” di Luchino Visconti, per arrivare suggestioni contemporanee dello stilista Alexander Mc Queen. Davide si è davvero sbizzarrito per riuscire a coniugare bellezza femminile, decadenza e semplicità. Ma ci fermiamo qui, un po’ perché non vogliamo rovinare nessuna sorpresa, e poi perché ci piacerebbe che nel dettaglio ne parlasse lui stesso».

Come hanno reagito i ragazzi al lavoro?

«I ragazzi hanno fatto prima di tutto un grande lavoro di contenuto. Questo è un gruppo che ama lavorare in profondità, senza sottrarsi alla fatica di mettere in campo quello che di profondo e di fragile c’è in ciascuno di loro. Durante il periodo di lavoro a distanza i ragazzi hanno scritto, creato con le immagini, abbiamo continuato a mantenere vivo il dialogo con la grandezza di questo mito e dei testi. Chi iniziava quest’anno per la prima volta si è buttato nel lavoro con molta generosità. Abbiamo lavorato, fino a prima del lockdown, molto attraverso il movimento:  è stato per noi un regalo vedere come ciascuno di loro si è buttato e divertito in questo lavoro.  A molto di questo lavoro in movimento abbiamo, per ora, dovuto rinunciare, nel rispetto delle normative di distanziamento, ma ne vedrete comunque un assaggio in scena».

Considerazioni sulla morale dell’opera 

«Troia è la città-simbolo di bellezza cultura e ricchezza, spazzata via da un potere che tutto calpesta in nome della propria autoaffermazione. Di troia restano, come dice il nostro titolo, solo le macerie.

In quel momento, quando sembra che più niente esista, solo la parola, la poesia e il teatro possono dare voce ad un mondo che non c’è più e che d’ora in avanti potrà sopravvivere solo attraverso la memoria. Come dice anche Foscolo, sono i grandi poeti dell’antichità, Omero tra tutti, che con la poesia rendono immortale il ricordo dei vinti del passato. L’eredità di questo mondo distrutto è come un seme nella bocca di un uccello, arriva fino a noi che ancora oggi raccontiamo questa storia: è un seme che può – che deve – germogliare in eterno.  Questo è uno dei fili, o germogli appunto, che ci conducono attraverso questo testo, ma come per tutti i grandi testi non vogliamo pensare ad una morale, piuttosto ad una serie di interrogativi che lo spettacolo apre, ci auguriamo, nella sensibilità dello spettatore». 

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