A cura di Alice Martini

Lunedì 13 e martedì 14 luglio alle 21.00 sul palco del Chiostro di Sant’Eufemia le prime due rappresentazioni della scuola di teatro di A.LI.VE., diretta dalle docenti Silvia Masotti e Camilla Zorzi, al Chiostro di Sant’Eufemia. In scena “Lear. Mio re, padre mio”. Uno studio tratto da Re Lear di William Shakespeare.

Di cosa parla questo testo, in sintesi?

«Il “Re Lear” è la storia di un re ormai vecchio che cede il suo regno alle tre figlie: Goneril, Regan e Cordelia. L’eredità del re però, è concessa ad un patto: ciascuna di loro riceverà in base a quanto dirà di amare il padre. Le prime due figlie ostentano un amore smisurato, che è solo adulazione, mentre Cordelia, la terza figlia, dichiara di amare il padre quanto è giusto, nulla di più, nulla di meno. 

“Re Lear” è anche la storia di un duca, Gloster, che ha due figli, Edmund e Edgar: Edmund, figlio illegittimo, preso dall’invidia per il fratello a cui è destinata l’eredità patrimoniale del padre, organizza una truffa per distruggere tutti i componenti della sua famiglia e restare perciò l’unico erede. Questo testo inizia come una favola, ma arriva poi ad analizzare i meandri delle complesse relazioni tra padri e figli, fratelli e sorelle. C’è una figura in “Re Lear” che è presente, in forme diverse, in tanti testi di Shakespeare: è il matto, il “Full”, l’unico in grado di dire a Lear la verità, rivelata attraverso il gioco di parole, l’ironia, la leggerezza. Il Matto è come se fosse un’anima bambina di Lear e il senso stesso del “Teatro”, quel luogo in grado di rivelare l’Uomo all’uomo». 

Cosa vi ha spinto a scegliere questo testo?

«Abbiamo deciso di mettere in scena “Re Lear” con un gruppo di ragazzi di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni che saranno impegnati in tutti i ruoli: come figli ma anche come figli che interpretano i padri. Avere l’occasione di mettersi nei panni non solo dei giovani ma anche degli adulti è un modo per osservare con gli occhi dei figli il mondo dei padri e quindi per riflettere su quale “eredità” ciascuno di noi riceve dalla propria famiglia. Si tratta sicuramente di un’eredità complessa che, con le sue bellezze, le sue fatiche e le sue storture, ci permette di affrontare in modo più consapevole l’avventura della vita». 

Cosa avete mantenuto del testo originale e cosa avete modificato, e perché?

«“Re Lear” è uno dei  testi più lunghi e complessi di Shakespeare. Abbiamo operato dei tagli a partire dal testo originale. Sono stati inseriti in due punti della tragedia delle parole tratte da uno scritto di Giorgio Strehler, uno dei più grandi uomini di teatro di tutti i tempi, come omaggio ad uno dei grandi “padri” della cultura italiana del Novecento, nonché il regista che ha messo in scena forse la versione più potente di “Re Lear” nella storia del teatro del nostro paese. 

È anche questa una forma di eredità: ci piace lasciare ai ragazzi queste parole, così come altri riferimenti che ci sono nello spettacolo ad altri padri della nostra cultura. Abbiamo inoltre, come spesso facciamo, diviso alcuni dei personaggi in modo che potessero interpretarli più attori, in modo che ciascuno dei ragazzi potesse regalare a personaggi così grandi e sfaccettati una diversa sfumatura: ci saranno due Lear, due Gloster, due Cordelia, tre Goneril, tre Regan, due Matti.

Infine abbiamo pensato di affidare alle ragazze del gruppo i ruoli di Lear e delle sue figlie femmine, come se le figlie giocassero a “mettersi nei panni” del padre, per comprenderne dall’interno i meccanismi. Ai ragazzi maschi del gruppo abbiamo assegnato, oltre al ruolo del Re di Francia, i ruoli di Gloster e dei suoi figli maschi, proponendo loro lo stesso lavoro di riflessione sul rapporto padre-figlio». 

Quali spunti avete dato per i costumi a Davide Tonolli?

«Per quanto riguarda il “Re Lear”, l’immagine che abbiamo dato a Davide è stata quella della favola gotica: i film di Tim Burton da una parte, il nero dei mimi che dal neutro si trasformano in molte cose diverse in un continuo gioco di citazione/trasformazione dall’altra, come per esempio Buster Keaton, Jaques Lecoq o la Gelsomina de “La Strada di Fellini”, che ci hanno ispirate soprattutto per la figura del Matto. Ci piace che i costumi non siano “finiti”, che suggeriscano un mondo piuttosto che raccontarlo in modo didascalico: nessuno degli attori che vedrete in scena ha l’età per incarnare il personaggio che interpreta, è come se ognuno giocasse a raccontare una favola da grandi. I bambini sono bravissimi in questo: trasformano una tovaglia nel più prezioso dei mantelli. Ecco, questo è l’effetto che vorremmo suggerire. Perché il teatro è prima di tutto un gioco, ma un gioco molto serio». 

Come hanno reagito i ragazzi al lavoro?

«I ragazzi hanno fatto un enorme lavoro, ciascuno sul suo personaggio e tutti insieme come gruppo. Ciascuno di loro ha cercato una strada personale, utilizzando tutti gli spunti del testo per lavorare in profondità, per crescere. Questo, per noi, è il vero, grande, risultato.

Il periodo di attività a distanza è stato complesso, ma i ragazzi hanno dimostrato di avere una grande motivazione e maturità, si sono aiutati, sostenuti. Quando abbiamo proposto loro di portare in scena lo spettacolo, dopo la riapertura, hanno risposto con grande entusiasmo. Certamente le norme di distanziamento ci hanno costrette a rinunciare ad alcuni aspetti della nostra regia e ad alcune scene, ma possiamo dire che ne è valsa assolutamente la pena. Le famiglie dei ragazzi sono state estremamente disponibili, di questo le ringraziamo tutte, hanno spostato vacanze e posticipato impegni, per consentire ai ragazzi di andare in scena e di portare fino in fondo il loro percorso». 

Quali considerazioni avete sulla morale dell’opera?

«“Re Lear” è una storia in cui la cura, l’affetto e il sentimento nei legami familiari si contrappongono alla smania del possesso e del potere, alla prevaricazione, all’invidia. Quando un padre, o un re, diventa dispotico, trasmette questi valori ai suoi figli, o ai suoi sudditi: l’ingiusta divisione del regno provoca il propagarsi dell’ingiustizia nei suoi eredi e questo non può che trascinare tutte le persone coinvolte verso una cieca follia egoista e autodistruttiva. Saranno Cordelia e Edgar, figli mossi da sentimento autentico nei confronti dei loro padri, a ribellarsi a questo sistema e a ristabilire l’ordine naturale delle relazioni. Dice Edgar, alla fine del dramma: “Molto i vecchi hanno sofferto, noi che siamo giovani non permetteremo che si vedano mai più simili sventure, né pretenderemo di essere eterni”. È una riflessione sorprendentemente attuale, così come altri aspetti di questo testo. 

Per noi non c’è mai una morale nei testi che scegliamo, ma lo spettacolo è come un’ipotesi, ciascun ragazzo e ciascuno spettatore ne coglierà un aspetto diverso, a seconda della sua sensibilità, della sua storia. Dallo spettacolo può nascere un dialogo, questo è quello che ci interessa di più». 

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