A cura di Alice Martini

Maurizio Corniani, maestro del Teatro di Burattini a Mantova da oltre quarant’anni, quest’anno sarà ospite ad Inchiostro Vivo con il suo spettacolo “Le avventure di Fagiolino”, in programma sabato 4 luglio alle ore 21.00 nel Chiostro di Sant’Eufemia. «Per me venire a Verona è molto importante, perché vuol anche dire che la città si sta riappropriando della tradizione del teatro di figura» afferma Corniani.

Mi racconti della sua carriera

«Io sono un figlio d’arte, perché la mia carriera è cominciata in famiglia, sin da quando ero bambino e mio papà faceva già il burattinaio: si può dire che ci sono proprio nato in questo mondo. Già a 8 anni, nel 1969, ho fatto la mia prima foto in cui manovravo i burattini nello scantinato di mio papà. Poi a 14 anni ho cominciato a fare le mie prime animazioni di burattini. Sono in pratica più di quarant’anni che faccio questo mestiere. Abbiamo dovuto affrontare anche delle difficoltà comunque. Negli anni ‘80 ad esempio il teatro ragazzi ha cercato di prendere il posto del teatro dei burattini, adducendo la scusa che l’innovazione dovesse sostituire quello che veniva considerato “vecchio”. Nonostante questo, alla fine si è capito che il linguaggio dei burattini è universale ed immortale, data la sua storia iniziata quasi dieci secoli fa e la crisi è stata superata».

Si può dire che il teatro dei burattini ha una storia che attraversa i secoli

«Il burattino nasce proprio come icona della rappresentazione umana sotto forma di un racconto, perché il burattino è in sostanza colui che fa ciò che l’essere umano non può fare e dice quello che le persone non possono dire. Un esempio eclatante è sicuramente quello secondo cui, durante le guerre del passato, i burattini accusavano i poteri forti di ingiustizia e le critiche da parte di chi governava le città non andavano verso i burattinai, che infatti continuavano il loro lavoro indisturbati, ma proprio contro i burattini». 

Sabato 4 luglio nell’ambito del Festival InChiostro Vivo andrà in scena Le avventure di Fagiolino. Ci racconti qualcosa dello spettacolo

«Le avventure di Fagiolino è uno spettacolo classico, che rende esplicite tutte le capacità e le virtù di un burattinaio tradizionale. La storia si svolge con pochi personaggi e la vicenda è veramente molto semplice, tratta infatti del rapimento di una principessa da parte di un mago e della sua liberazione grazie a Fagiolino eroe. Proprio l’esperienza e la bravura del burattinaio fanno la differenza nel racconto della storia, sulla sua capacità di rendere l’avventura interessante per il pubblico. Fagiolino è un personaggio classico, nasce alla fine dell’800 e rappresenta il “popolino”, cioè quel popolo non istruito ma scaltro che riesce a barcamenarsi per guadagnarsi il “pane quotidiano”.

Il bastone che usa Fagiolino serve poi proprio per aiutare i deboli e punire i cattivi. La storia l’ho scritta io nel 1997, è stato il mio primo testo e ha avuto un notevole successo. Da allora in poi continuo a scrivere io i miei racconti e Le avventure di Fagiolino non l’ho più tolto dal mio repertorio, soprattutto dopo il 2013 quando sono stato invitato al Festival Internazionale di Omsk in Siberia e ho vinto il premio per il miglior Attore Burattinaio Internazionale proprio con questo spettacolo. Proprio questa occasione è stata per me come una rivalsa del teatro italiano all’estero: perché in Italia il teatro di burattini viene infatti considerato come un teatro di terza classe».

Servirebbe quindi, secondo lei, una maggior considerazione in Italia per il Teatro di Burattini?

«Il MIBACT in Italia considera pochissimo il teatro di burattini, servirebbe una riflessione importante su questo, dovrebbero essere a disposizione molti più contributi. All’estero invece è completamente diverso: in Svizzera ad esempio il Teatro di Burattini è chiamato teatro e non spettacolo per bambini, quindi ha una considerazione diversa da parte del pubblico, che paga molto per vedere gli spettacoli. Anche in Russia è molto considerato, quasi come un teatro di animazione. Quando ci sono stato ho potuto vedere la professionalità del teatro di burattini della capitale russa: aveva 240 dipendenti, centomila spettatori l’anno e 24 burattinai professionisti che, tra l’altro, in quell’occasione mi era stato chiesto di seguire per tre mesi per istruirli sulle modalità del teatro di burattini italiano. Ho dovuto rinunciare all’opportunità, ma tutto questo mi ha fatto capire quanto quest’arte venga considerata positivamente all’estero». 

Sono più di quarant’anni che fa questo lavoro, ci racconta un po’ del suo repertorio?

«Io ho lavorato molto sul teatro della tradizione per sviluppare le tecniche e i personaggi come Brighella, Pantalone, Dottor Ballanzone, Tartaglia, aggiungendoci poi altri personaggi dovuti alle diramazioni regionali. Mi sono avventurato anche in altri repertori, per cui ho prodotto anche Pierino il Lupo e I tre porcellini. Mio padre era un po’ geloso dei suoi burattini e così ho cominciato a scrivere le storie di mio pugno, anche legati al tema ambientale, sull’acqua ad esempio, oppure sull’educazione stradale.

Poi mi sono cimentato nel teatro di burattini per adulti e qui ho collaborato con Paola Lacaprara su lavori di Plauto, un repertorio che comunque ha cominciato ad avere successo solo pochi anni fa. L’ultima produzione, Le Bucoliche Sandronali, nata durante il lockdown, l’ho diffusa tramite Facebook, con 66 puntate live, perché volevo mantenere il mio pubblico molto attivo. Sono le avventure del contadino Sandrone che si ammala del virus e ha molte traversie nel corso della storia: è uno spaccato del territorio mantovano, scritto anche in lingua dialettale, una tradizione in cui io credo molto». 

Cosa ne pensa di A.LI.VE. e del Festival InChiostro Vivo?

«Sono già venuto in A.LI.VE. e la struttura del Chiostro di Sant’Eufemia è splendida. Verona poi ha una storia millenaria del teatro di burattini, io stesso conoscevo personalmente i gestori del Teatro Mondo Piccino. Per me venire a Verona è molto importante, perché vuol anche dire che la città si sta riappropriando della tradizione del teatro di figura. Conosco Paolo Facincani e A.LI.VE. da molto tempo e Paola Lacaprara da oltre vent’anni, per tutto il lavoro che abbiamo fatto insieme. Sono davvero entusiasta di questa opportunità». 

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