IL LATO OSCURO DE “I PROMESSI SPOSI”

di Alice Martini ed Elisa Beverari

L’opera “I promessi sposi” è tra le più celebri del panorama letterario italiano, chiunque potrebbe ricordarsene una parte dai propri trascorsi a scuola. A.LI.VE. propone una sceneggiatura teatrale, curata nella regia da Silvia Masotti e Camilla Zorzi e musicata da Achille Facincani. Di seguito andremo a conoscerne tre dei personaggi principali, forse i più interessanti: i malvagi. Per questo abbiamo incontrato Rodolfo Toffali, Sara Passigato e Michele Marchiori.

Chi è il vostro personaggio e quale caratteristica vi colpisce di più?

R: «Il mio personaggio è don Rodrigo è uno dei cattivi principali dei Promessi Sposi, uno dei pochi che lo è veramente; si diverte ad esserlo, in alcune battute lo ripete, “essere cattivo fa parte della mia personalità”. È un uomo senza scrupoli, che preferisce non sporcarsi le mani e mandare i suoi “bravi” a commettere i crimini. È anche un grande amante del gentil sesso, per dirla in maniera molto velata. Il suo obbiettivo è la possessione di Lucia, a causa di una scommessa con il cugino Attilio: non tanto per fare cattiverie verso Lucia o Renzo, persone che non conosce, ma più per soddisfazione per tutte le altre. Infrangere le regole del convento è normale, per dimostrare a se stesso e agli altri che può avere e prendere ciò che vuole. Non dico di più per ora».

S: «La Monaca di Monza, come da testo, non è una monaca come consuetudine, è come se ci provasse gusto e, in questo, trovasse l’unico modo per distaccarsi dalla crudele realtà che la vita le ha imposto. Quello che cerca da sempre è l’amore. Anche se a lei sembra di averlo trovato in Egidio, ma non si tratta di amore, ma di un desiderio contorto di libertà. Della Monaca, mi stupisce la forza e la voglia di violare l’inviolabile, caratteristiche nelle quali mi rispecchio molto!».

M: «L’innominato è il più potente signore della zona, ha al suo servizio un esercito di mercenari, di bravi, conosciuto per tutti i misfatti che compie. È famoso per gli omicidi, torture, saccheggi, richieste di pizzo ai proprietari terrieri, quindi ricco oltre che potente. Vive in castellaccio, sulla sommità di una collina e proprio per questa sua sete di sangue e di atti di delinquere, ha iniziato ad intimorire così tanto il popolo che la gente smette di chiamarlo per nome, per paura. Viene a mancare la conoscenza del suo nome e da qui L’innominato. È interessante in quanto si può cogliere la causa del suo agire nella noia, nella solitudine, per sete di potere e di autorità. La caratteristica dell’Innominato che più mi colpisce, è la sua autorità, il timore che provoca in qualsiasi persona si relazioni con lui e che lo rende il personaggio più potente di tutto il romanzo. Nessuno riesce a piegarlo, nemmeno dio,” non vedeva nessuno al di sopra di sé, nemmeno più in alto”».

Quali sensazioni hai provato nel ricevere questo tipo di personaggio? Come ti prepari?

R: «Ho un carattere completamente opposto a quello di don Rodrigo, non ho mai usato la violenza, e cerco di fare sempre il bene. La bontà è una delle caratteristiche che rende l’uomo l’essere perfetto, cosa che don Rodrigo non riesce qui a fare. Una delle sue caratteristiche peggiori è il fatto di essere maledettamente viscido, cioè avere sempre un secondo fine, pensare sempre a una vittoria personale. Interpretarlo è una sfida n u o v a, cerco di sfruttare cioè quella cattiveria, che non ho mai avuto durante tutta la mia vita, e quel senso di potere che ti dà l’essere cattivo e ma l v a g i o quando non lo sei mai stato: è q u a l c o s a che mi emoziona ogni volta come attore e mi spinge a cercare sempre nuove sfumature di cattiveria per il mio personaggio. Mi preparo molto fisicamente, portando tutta la forza che ho, nel bacino, dove si concentra il baricentro di don Rodrigo, essendo un personaggio molto erotico: è fondamentale per i suoi movimenti e per il suo modo di agire. Lo contraddistingue dagli altri personaggi, appunto il bacino in avanti e una camminata molto presente, capace di mettere a disagio con la sua presenza. In comune abbiamo l’ambizione: lui vuole raggiungere il suo obiettivo con qualsiasi mezzo, anche i più loschi: utilizza i bravi per catturare Lucia, chiede aiuto all’innominato».

S: «Devo essere sincera, non ho fatto molta fatica ad abituarmi al personaggio, perché per certi versi le e assomiglio molto. Sono stata felice nell’aver ricevuto il ruolo della “cattiva”, se così si può chiamare  perché sin da piccola, persino nelle favole, i personaggi cattivi mi hanno sempre attirata di più. La cattiveria non si acquisisce per nascita, bensì attraverso esperienze di vita, quindi dietro ad un uomo cattivo c’è sempre una storia. Dopotutto ritengo che la Monaca non si debba odiare. Molte persone dopo aver letto la parte del mio personaggio, non capiscono il vero dolore che si nasconde dietro questa figura, il quale l’ha portata ad essere quella che è! Sulla scena la contraddistinguono la grandezza, l’imponenza, la rigidità ma anche la sensualità, l’esercizio del potere, ma anche la sottomissione. Tutti i comportamenti del personaggio sono adattati o rimandano a qualcosa di personale, a qualcosa che fa parte della mia vita. La difficoltà sta appunto nell’appropriarsi delle caratteristiche di quel personaggio, non inscenando stereotipi o copie: voglio evitare quindi di portare in scena l’idea di monaca che tutti possediamo, ma di adattarla al mio carattere».

M: «Molto stupito, non avrei mai pensato che mi affidassero l’innominato. Molto colpito, soprattutto nel modo in cui ci siamo arrivati durante le lezioni di teatro, studiando bene più la psicologia del personaggio, senza rendercene conto, in quanto ce l’hanno confessato solo dopo qualche mese. Sono rimasto scioccato, non ricordavo la cattiveria dell’Innominato, tutto il suo potere e quasi sadismo. A scuola, non studi tutti questi aspetti, quindi sono stato da una parte onorato in quanto è un personaggio, molto complesso con una psicologia molto profonda, che odia, che delinque, è cattivo, ma è triste, solo, annoiato perché troppo ingombrante per stare nell’ombra. Mi ha molto affascinato e ad ogni lezione ho cercato di capire nuove sfaccettature di questo personaggio, per poterlo anche interpretare al meglio. Non posso immaginare come ci si senta ad uccidere una persona, ma posso immaginare la tristezza che ci sia dietro questi atti di violenza, che sono comunque atti di ribellione. Tutti abbiamo avuto, specie nell’adolescenza, periodi di rabbia, in cui cerchiamo di ribellarci e cercare di fare o dire cosa che non fanno parte di noi. Le caratteristiche sceniche che lo contraddistinguono sono lo sguardo sempre altezzoso, è sempre molto fiero, composto, quasi militare e con un passo molto rigido, come se ogni mossa fosse pensata e non facesse mai nulla per caso. La voce molto dritta, e soprattutto un’espressione facciale, di una leggerezza come se tutto fosse possibile e non ci fosse nulla di irraggiungibile, come se la legge non esistesse. di me stesso posso mettere quelle insicurezze che accompagnano un’apparente facciata di tranquillità e di solidità: quindi tutte le insicurezze che si possono avere a vent’anni, tutti i conflitti, i sogni, le aspirazioni per il futuro, tutte cose che ti rendono fragile ma che tieni per te. Possono essere ora portate in scena e possono aiutare a rendere più umano un personaggio così distante».

Quale rapporto intercorre tra la Monaca e don Rodrigo? Avete caratteristiche comuni?

R: «I nostri personaggi sono accomunati da atteggiamenti e rapporti amorosi che sfociano spesso nella sfera erotica. Don Rodrigo adora le femmine e cerca in qualsiasi modo di appropriarsene, anche in modo bestiale. La Monaca instaura lo stesso rapporto di amore bestiale con un uomo: il suo amante Egidio. Don Rodrigo tramite i suoi gesti scenici, soprattutto quelli del bacino, con la sua postura, prevalentemente spinta in avanti, afferma la sua libido e il suo potere. La Monaca ha un comportamento più stabile, ma con Egidio si lascia andare ai peccati carnali più efferati e tutto ciò lo trasmette anche lei con un loquace linguaggio del corpo».

S: «Tra me e don Rodrigo non ci sono rapporti diretti. Indiretti certamente! La vastità di intrighi della storia fa da collante per i due malvagi. Entrambi esercitano un potere, che non può essere messo in discussione e desiderano cose irraggiungibili e proibite».

Credete in qualche modo nella redenzione del vostro personaggio?

R: «Don Rodrigo rimane cattivo per tutto il romanzo e il fatto che chieda il perdono alla fine sembra quasi un cliché scontato, da film. Può essere però interpretato come un’ulteriore sfumatura di cattiveria: potrebbe infatti implorare il perdono col fine di raggiungere il Paradiso, pur seguendo la sua più importante regola di vita: avere sempre un secondo fine. La sua redenzione potrebbe perciò essere soltanto una finta».

S: «Un’anima come quella della Signora non può essere raggiunta dalla redenzione. Le ferite sono troppe e insanabili».

M: «L’innominato è spaventato dalla sua debolezza, dal suo sentirsi solo e annoiato, e accetta di rapire Lucia, nella convinzione di riavere il vigore di una volta. Lucia, invece lo aiuta in questo percorso e raggiunge il suo obbiettivo di convertirsi e di poter essere un aiuto per il popolo grazie al suo potere. Credo nella redenzione, perché nel romanzo, dopo a conversione, lui aiuta Lucia, la protegge, le indica un rifugio sicuro. Quando scoppierà la peste, aprirà le porte del suo castello per proteggere la popolazione. Si redime. È molto bello perché nonostante la redenzione, rimane imponente, una figura autoritaria al di sopra degli altri. Mantiene questa forza». 

Presentateci il vostro percorso teatrale.

R: «Sono parte del gruppo teatrale da un anno e mezzo, perciò ho partecipato solo alla precedente rappresentazione de L’Orlando Furioso e innamorato dove interpreto anche nelle riprese, il ruolo di Rinaldo. Ho legato moltissimo con tutti gli altri ragazzi e con le insegnanti, per me un punto di riferimento nell’ambito della recitazione».

S: «Frequento il gruppo di teatro da ben 5 anni, all’epoca eravamo solo donne, e abbiamo portato in scena lo spettacolo “Parlare a Vanvera”. Ho partecipato ad altri 3 spettacoli “Antigone e Ismene”, “Sogno di una notte di mezza estate” e “L’Orlando innamorato e furioso”. Con gli anni, si sono aggiunte sempre più persone, facendo crescere il gruppo numericamente, ma anche dal punto di vista morale e personale. Oltre ad essere compagni di teatro, sono anche veri amici, sui quali posso sempre contare! Le mie maestre, Silvia e Camilla, sono per me, come una seconda famiglia. Hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia crescita personale, facendomi vedere cose di me stessa, che nemmeno lontanamente pensavo di possedere! In una parola: magiche!».

M: «Sono entrato in A.LI.VE nel 2012 prendendo parte a varie messe in scena del coro g i o v a n i l e : “New Orleans”, “Sir Arthur”, “Felici e cantanti” e “L’oste in mezo ale done”. Silvia e Camilla mi hanno poi invitato a far parte del gruppo di teatro: ho preso il ruolo di Lisandro nelle “Metamorfosi di una notte di mezza estate”, poi ho fatto parte de “L’Orlando innamorato e furioso”, con il doppio ruolo di Zerbino e del Mago Atlante. Sono anche andato in scena con Nicolò bruno, nel nostro primo spettacolo, “Cameriere.. e l’amore?”. Ora arrivo ne “I Promessi Sposi, avventura di un giovane lettore” con l’Innominato.

Qual è il vostro personaggio preferito nella rappresentazione?

R: « Direi il mio perché è quello che mi sta facendo appassionare di più. Come secondo posto potrei dire don Abbondio perché anche la sua non è cattiveria voluta ma un “qualcosa” di molto più nascosto, intangibile. Durante lo spettacolo infatti, allontana da sé ogni responsabilità, anche quella del mancato matrimonio, dando la colpa a Renzo e non alle minacce di don Rodrigo.

S: «Sembrerà strano o banale, ma il mio personaggio preferito, anche ai tempi della semplice lettura scolastica, è sempre stata Lei, la Monaca. Credo che abbia sperimentato tutte le emozioni possibili nel corso della sua vita; ma i sentimenti non sono emozioni».

M: «Non ne ho uno in particolare, ma direi la Monaca per la sua storia, ma anche dopo averlo conosciuto, l’Innominato. Mi piace molto anche la madre di  Cecilia, una donna che desidera in un momento terribile come la peste, di dare dignità alla morte della sua bambina, nonostante sappia che le rimarranno poche ore in quanto da lì a poco morirà anche lei. 

Che cosa hai colto in questo testo che ritrovi vicino al tuo essere e alla tua quotidianità di ragazzo del 2017?

R: «Da questo testo ho imparato soprattutto che per raggiungere o realizzare un obiettivo, bisogna mettere soprattutto il proprio sacrificio personale, e cosa ancora più importante, che non bastano le buone intenzioni per raggiungere un obbiettivo, bisogna faticare e lavorare. Ma solo questo ti può dare soddisfazione.

S: «Come ragazza del 21esimo secolo colgo in quest’opera la voglia di evadere, di libertà, di respirare aria nuova, di non aver paura di andare oltre e di essere pienamente noi stessi. Posso adattarla alla mia vita, in quanto in questo momento nel 2017 c’è voglia di cambiamento, di aria nuova, tra di noi giovani soprattutto, voglia di andare oltre e non porre limiti. Abbiamo voglia di essere noi stessi e di essere anche diversi da quello che la società impone».

M: «Quello che ho colto nel testo sono sicuramente le dinamiche, dinamiche sempre attuali, giochi di potere, di corruzione, sanguinari, che si ritrovano. Oggi nonostante esistano i mezzi e le possibilità, non siamo così liberi di fare quello che vogliamo, c’è sempre qualcuno più in alto che decide per te: se puoi andare avanti, se sei meritevole di fare quello che vuoi fare, e può scegliere tra te e un’altra persona chi è il migliore, anche se può esserlo solo perché ha più conoscenze. Il mondo non è migliore di quello che Manzoni, nella quotidianità aiuta poi la consapevolezza che anche nel romanzo esiste: se una persona ha un obiettivo, come Renzo voleva sposare Lucia, nonostante la peste, la guerra civile, le rivolte popolari, la chiusura in un convento, il rapimento da parte dell’Innominato.. alla fine arriva una sorta di rullo compressore che annulla le differenze, che in questo caso è la peste. Nella vita reale ovviamente, spero che non capiti mai un episodio di peste, ma spero che si presenti una sorta di divina provvidenza, che aiuti il destino di coloro che hanno un sogno, ma sono bloccati da qualcuno o qualcosa».

da archivio ALIVE NEWS – marzo 2017