A cura di Alice Martini

Incontriamo Roberta Nobile, da pochi mesi entrata nell’organico dei docenti dell’Accademia subentrando allo storico insegnante di flauto Andrea Preosti. «Trovo che A.LI.VE. sia un ambiente ricco di forme d’arte, che permette a grandi e piccini di poter apprendere e mettersi in gioco! Ringrazio il maestro Facincani e la Direzione tutta per l’affetto e la fiducia con la quale sono stata accolta» afferma la docente.

Mi racconti la sua carriera accademica e lavorativa

«Sono di origini torinesi e, da ormai qualche anno, faccio la pendolare tra Torino (città dove attualmente risiedo) e Verona (città dove piano piano mi sto stabilizzando per motivi lavorativi e sentimentali). Ho conseguito il diploma del vecchio ordinamento nella mia città, ma successivamente ho studiato con il Maestro Claudio Montafia presso il Conservatorio di Padova durante il percorso accademico di II Livello. A lui devo moltissimo in quanto grande figura musicale del flautismo italiano e internazionale, questo è risaputo. Ma le sue grandi competenze didattiche, che non sono scontate trovare negli ambienti accademici, mi hanno permesso di avere fiducia e di convincermi a provare a districarmi in questo complesso mondo, nel migliore dei modi possibili.

Successivamente ho intrapreso un percorso di specializzazione e formazione presso l’Accademia Internazionale di Imola con i Maestri Andrea Oliva, primo flauto dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma e Maurizio Valentini, con il quale ho proseguito in via parallela presso l’ICONS di Novara. Sono stati anni intensi questi, nei quali ho avuto modo di cominciare a conoscere studenti coetanei di gran livello provenienti da tutta Italia e non. La bellissima possibilità che mi è stata data di potermi perfezionare con due musicisti di tale levatura e con tanta dedizione nell’insegnamento è stata certamente un enorme stimolo per me a proseguire con più consapevolezza in un ambiente decisamente incentivante. Da circa cinque anni proseguo la mia formazione con Giampaolo Pretto, primo Flauto dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e i docenti del percorso “Dentro il Suono”, tutti musicisti e docenti di grande livello che costantemente mi hanno accompagnata e mi accompagnano tutt’ora nel mio cammino di continua ricerca ed esplorazione». 

Come ha conosciuto A.LI.VE.? Cosa ne pensa dell’Accademia?

«Da un paio di anni sono insediata in pianta più o meno stabile in questa splendida città e ad A.LI.VE. ho avuto modo di avvicinarmi grazie al mio amico e collega Alessio Preosti, storico insegnante dell’Accademia, che mi ha chiesto a inizio di quest’anno scolastico di potergli succedere, aiutandomi di fatto a cominciare a costruire un legame con prossimi, e spero numerosi, allievi qui a Verona. Da quel poco che sono riuscita a conoscere in questi pochi mesi di lavoro, avendo soltanto una dottoressa adulta come allieva in questa realtà e causa chiusura per emergenza sanitaria, trovo sia un ambiente ricco di forme d’arte! Non è di certo la classica scuola di musica, ma una combinazione di discipline (teatro, musica, danza, arti visive) che permette ai grandi e piccini che ne fanno parte di poter apprendere la propria avendo la fortuna d’incontrare durante il loro percorso una vasta possibilità di occasioni ed eventi per esprimersi. E perché no, mettersi in gioco formandosi in più di una! Ringrazio il maestro Facincani e la Direzione tutta per l’affetto e la fiducia con la quale sono stata accolta».

Qual è il suo rapporto con gli allievi?

«La mia unica allieva, come citato prima, è una dottoressa specializzanda, attualmente impegnata da settimane nell’emergenza che ha stravolto le nostre vite. Fin da subito si è ovviamente creato un rapporto decisamente informale e l’ho subito ammirata per l’enorme impegno e costanza con cui si dedica al flauto, arrivando ogni settimana quasi sempre molto preparata e migliorata, nonostante gli estenuanti turni in ospedale!

Tendenzialmente con gli allievi riesco sempre a creare fin da subito condivisione e rispetto reciproco, tante ambizioni e buone pretese! Non azzardo a dire rapporto amichevole perché s’incorre nel rischio di abbassare l’asticella delle aspettative che deve ovviamente innalzarsi sempre di più. Ma, come fortemente sostengo, la mia figura durante le lezioni funge da grande “dispensa” dalla quale l’allievo/a deve imparare col tempo a trarre le informazioni buone e filtrare quelle che meno gli convincono, d’altronde l’insegnante non è mai infallibile, anzi! Mi piace educare fin da subito all’ascolto reciproco, alla cura dell’intonazione, al danzare e cantare insieme prima di suonare e durante. Insomma: ad accattivare l’apprendimento dello strumento e fare in modo che l’entusiasmo non manchi mai, né con me né quando si studia da soli a casa».

Quali aspettative ha da questi corsi?

«Parto con il presupposto fondamentale che le aspettative nascono dalla capacità dell’insegnante di ricoprire degnamente il proprio ruolo. Perciò è  importante continuare a studiare, formarsi, conoscere, mettersi in gioco. Coinvolgere i propri allievi facendosi conoscere al 100% in occasione di concerti e/o performance aiuta loro a motivarsi e sincerarsi che anche il proprio insegnante a sua volta studi e s’impegni costantemente. Alla fine di un gratificante concerto a Torino, nel quale avevo invitato tutti i miei allievi e dunque visibilmente emozionata, uno dei più piccini si avvicinava a me, che nel frattempo stavo scaricando l’adrenalina post esecuzione e mi diceva: “Roberta sei stata bravissima, ma sono ancora più felice di sapere che anche i grandi si emozionano. Vuol dire che siamo tutti sulla stessa barca!” Ecco, nella sua innocente ingenuità ho capito che avvicinare una persona alla musica tramite qualunque mezzo è un lavoro che richiede un enorme impegno e dedizione. Prima di tutto da parte dell’insegnante. Dunque ciò che vorrei da questi corsi è che ciascun allievo, piccolo o adulto che sia , riesca, con l’aiuto dell’insegnante, a trovare se stesso e manifestarlo nell’arte educando parallelamente anche alla performance, aspetto da non tralasciare o dare per scontato».

Qual è stata la maggior soddisfazione dei suoi anni di insegnamento in A.LI.VE.?

«A questa domanda al momento, purtroppo, non posso rispondere. Ma spero di poterlo fare in futuro!». 

Quali sono le sue aspettative e progetti per il futuro?

«Come molti musicisti, nonostante riconosca essere un’aspettativa davvero molto ambiziosa di questi tempi, vorrei riuscire a intraprendere la carriera orchestrale e didattica contemporaneamente, riuscendo a trovare un posto stabile in un ente lirico/sinfonico, non abbandonando in alcun modo l’insegnamento, aspetto fondamentale e necessario nella mia vita. Collaborando con varie orchestre del Nord Italia viaggiare è uno stile di vita che mi accompagna da molti anni ormai e garantire la continuità didattica con i miei allievi m’impone a viaggi a volte abbastanza proibitivi. Ovviamente il fatto di avere una grande passione mi aiuta ad avere l’energia e l’entusiasmo giusti per procedere al meglio!».

Qual è la sua opinione sul panorama artistico culturale in Italia?

«Nonostante in Italia si abbia la fortuna di avere un patrimonio musicale e artistico immenso non è simbolo di garanzia da ormai molti anni per le nuove generazioni di musicisti di poter trovare il proprio posto all’interno di questo mondo, almeno non per tutti. Com’è anche giusto che sia, visto l’altissimo livello e la competizione sfrenata che sta andando sempre più aumentando. In media nelle audizioni per orchestre mi capita di trovare dai 50 ai 120 se non di più candidati che, come me, si mettono in gioco presentandosi in pochi minuti di esecuzione a fronte di anni, mesi e ore di studio. Per raggiungere obiettivi così alti o vincere concorsi orchestrali bisogna puntare al sangue freddo e…a una buona dose di fortuna che non guasta mai! L’emotività premia quando la sai gestire a tuo favore e quando, nelle occasioni più importanti, ci sono riuscita ricordo grandi gioie e risultati! Alla luce di ciò ai miei allievi dunque dico sempre che, nonostante sia davvero complesso vivere di musica in Italia, non posso fare a meno di provarci continuamente. E se loro vorranno fare lo stesso non sarò di certo io a demotivarli a far lo stesso». 

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