biolcati cameriere bnL’11 ottobre, in occasione della Festa dei Nonni all’Arsenale di Verona, i giovani solisti di A.LI. VE. sono andati in scena con il nuovo spettacolo di canzoni e teatro Cameriere…e l’amore?, scritto e interpretato da Nicolò Bruno e Michele Marchiori.

Quest’ultimo però pochi giorni prima si ammala. Urge una soluzione, lo spettacolo deve andare avanti.

Ce l’avrà fatta il sostituto Francesco ad imparare la parte in così poco tempo?

L’emozione di affrontare un nuovo testo teatrale si compone di diversi momenti: una volta stampato il copione scritto da un autore con cui non sempre è possibile confrontarsi (per ragioni di tempo o per ragioni di lontananza), si parte da una prima lettura fatta sulla propria scrivania, si prosegue con una seconda lettura con l’aiuto di colui che sarà la tua fondamentale guida, ovvero il regista, per poi piano piano prendere confidenza con la propria parte fino a riuscire a mettere in scena tutto quello che hai imparato dalla storia che ti sei “cucito addosso”. È un’operazione lunga e faticosa che culmina con l’atto di amore che ogni attore fa donando a un pubblico questa sua esperienza.

Ecco la bellezza del teatro: donarsi. E quanto può essere commovente il ringraziamento che il pubblico raccolto di fronte a te dimostra con quei minuti di applausi finali, quando ha ricevuto questo dono, frutto di mesi di prove e di approfondimento.

Come si fa a donare tutto ciò se alle spalle c’è un lavoro non di un anno, non di sei mesi, ma di tre giorni? Era un giovedì pomeriggio e io stavo uscendo dall’aula di università, quando ho improvvisamente ricevuto un messaggio del mio amico e collega Nicolò Bruno, che mi proponeva di sostituire Michele Marchiori, sfortunatamente ricoverato in ospedale, nello spettacolo della domenica successiva, scritto e interpretato originariamente da loro due.

Preso dall’entusiasmo, ho risposto immediatamente di sì. Mi sono ritrovato a lavorare proprio con il co-autore, che si è dovuto allo stesso tempo improvvisare mio regista. Mi sono sentito un po’ come uno straniero nel paese di qualcun altro, che deve cercare di integrarsi e abituarsi a una nuova realtà. Questo è Cameriere… e l’amore?, un’opera profondamente legata a due ragazzi e alla loro sensibilità, una dimensione in cui ho cercato di calarmi in breve tempo, ma che ho subito apprezzato per la sincerità delle sue parole, per la sua immediatezza.

Un ragazzo (interpretato da Nicolò) afflitto dalle delusioni e illusioni amorose si ritrova in un locale a raccontare la sua vita a un cameriere (interpretato da Michele) che, a sua insaputa, lo conosce molto bene. È questa l’alchimia che conduce la trama insieme alle canzoni interpretate dagli altri clienti presenti al bar (interpretati dai ragazzi di canto solistico di A.LI.VE.): un’intesa che grazie all’amicizia e alla simpatia che Nicolò mi ha sempre dimostrato è stata velocemente replicata tra di noi.

Dopo una prova improvvisata fino alle due di notte e qualche altra incastrata nelle ore libere per entrambi durante le giornate di venerdì e sabato, la domenica mattina ho debuttato all’Arsenale di Verona.

Ho avuto l’impressione di essere riuscito solo allora ad immedesimarmi nel personaggio, dopo le difficoltà incontrate nei giorni precedenti: tutti i dubbi hanno lasciato spazio al mio istinto.

Teatro è anche questo: esprimere noi stessi, la nostra personalità. Chi, invece, crede che fare teatro significhi doversi estraniare da se stesso, secondo me finisce per annullarsi.

E il cosiddetto dramma psicologico di Nicolò e Michele credo mi abbia aiutato: Cameriere… e l’amore? racconta di noi giovani e delle nostre avventure, ci assomiglia, ci ritrae!

Io sono il ragazzo più riflessivo, più ponderato; Nicolò, invece, il ragazzo sbandato, il ragazzo impulsivo, che attraverserà un viaggio molto particolare tra i cassetti della sua mente. Questo è ciò che abbiamo portato in scena, con la voglia di parlare di noi stessi, con la voglia di farci sentire, ma senza alcuna pretesa di verità assoluta. Questo è ciò che viene raccontato: non vogliamo dare alcun responso, vogliamo solo donare le nostre emozioni.

Un articolo di Francesco Biolcati