Lucrezia di fronte all’entrata dell’Accademia Teatro alla Scala di Milano

Per la rubrica ‘Giovani e società’: il viaggio di Lucrezia Guietti, la ballerina di scuola A.LI.VE. ritrovatasi per una settimana allieva del corpo di ballo dell’Accademia Teatro alla Scala di Milano.

Siamo fatti in modo strano, noi giovani. Vediamo la destinazione come il fine, lo scopo. Il sogno diviene troppo sogno, in sintesi, quando in realtà si dovrebbe volare a metà: un piede a terra, ben saldo e fisso, e uno sollevato. Quello che spesso dimentichiamo è ciò che insegna, ciò che resta, non il “ritorno con l’elisir”, non il piacere, la riuscita, ma il percorso che porta al successo: il viaggio. Quell’esperienza che solo le cicatrici stampate sulla pelle possono raccontare con sincerità; il cammino che sa di suolo, come di stelle, di rovinose cadute, come di mani forti pronte a risollevarci.
Il grande ostacolo è sempre lo stesso: muovere il primo passo. Molti adolescenti rinunciano, alcuni per pigrizia, altri, spiazzati dal fatalismo terroristico propinatoci ogni giorno, si lasciano completamente andare, si accontentano, dimentichi della primavera che vibra loro nei polsi.
Ma esistono ragazzi che, invece, appena vedono il sole nascere, indossano il proprio paio di scarpe preferito e macinano chilometri, puntando con un occhio la meta e, con l’altro, la strada.

Cara Lucrezia, partiamo da qualcosa di tosto. Come interpreteresti questa frase “Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura” (Fabrizio De Andrè)?
Posso dire di essere pienamente d’accordo con queste parole. Il sogno è tutto, senza utopia l’uomo non sarebbe capace di porsi degli obiettivi. Però è difficile trovarlo, riconoscerlo. Troppe volte ci si sente vuoti. I sogni si formano pian piano, possono nascere dal caso, oppure da una forte passione.

Il tuo sogno come è nato?
Ibrido (sorride, ndr): è nato per caso e formatosi con la passione. Mia madre a sei anni mi iscrisse a un corso di danza, sostenendo che mangiassi troppo poco e che solo una buona attività fisica avrebbe giovato al mio appetito. Andavo a lezione controvoglia, poi, passo dopo passo, plié dopo plié…Prima è nata la passione, poi il luccichio negli occhi.

Dove hai iniziato e dove stai studiando ora?
Ho iniziato nella scuola di ballo del mio quartiere, era molto modesta, ma sicuramente un ottimo luogo per imparare a muoversi. Ora sono con A.LI.VE., questo è il secondo anno. Le insegnanti sono fantastiche, lavorano sodo e credono parecchio in noi allieve. Qui non ci si ferma mai: ogni mese vengono proposti progetti nuovi. Davvero stimolante.

Com’è credere in qualcosa, in un grande sogno?
Non è per niente facile. Si passa da momenti di euforia, come quelli che seguono uno spettacolo ben riuscito, a momenti di sconforto, come quelli causati dal vedere molti compagni lasciar perdere. D’altronde, però, come dare loro torto. Chi sarebbe disposto a rinunciare a tutto per imboccare una sola strada, per giunta così tanto buia?

Avverto del pessimismo nelle tue parole, Lucrezia…
È realismo, purtroppo. Io stessa tremo tutti i giorni a causa di ciò. L’anno prossimo avrò la maturità e quello che mi fa più paura non sono gli esami, ma ciò che verrà dopo: il vuoto.

Non pensi di continuare a fare danza?
Magari…Ciò che mi ferma è sempre la stessa cosa: l’incertezza. Inoltre, le grandi accademie non sono proprio molto economiche…

Saresti disposta a tirarti indietro, dopo tutti gli anni passati sul parquet della scuola di Danza?
No, questo no. Non smetterò mai di ballare. Finché avrò fiato nei polmoni e passi nelle gambe, io danzerò.

Parliamo di come sei finita alla prestigiosa Accademia Teatro alla Scala di Milano?
Innanzitutto devo ringraziare la mia insegnante Nicoletta e i responsabili di A.LI. VE., perché sono stati loro a darmi fiducia, proponendomi al corpo di ballo milanese. In poche parole è andata più o meno così: un giorno mi giunge un modulo con su scritto “il corpo di ballo del Teatro Alla Scala di Milano apre i battenti per uno stage formativo. Inviare modulo di iscrizione compilato e una foto in posa da ballerina valida come oggetto di selezione”. Mi sono limitata a seguire le istruzioni e, dopo qualche giorno, è arrivata la risposta che mi informava che ero stata ammessa alla settimana di tirocinio. Non nascondo di aver pianto.

Immagino, non capitano spesso treni come questo. Come si svolgevano le lezioni? Erano faticose?
Le lezioni duravano anche cinque, sei ore, ed erano davvero molto impegnative. Gli insegnanti, tutti ex ballerini di fama internazionale, e gli allievi, provenienti da ogni parte del mondo, lavoravano duramente… Si riprendeva fiato solo tra un esercizio e l’altro. È stata un’esperienza davvero formativa. Ho conosciuto realtà diversissime, fatto tesoro dei consigli e, ancor maggiormente, delle critiche ricevute dai maestri e dai compagni di corso.

È stato difficile trovarsi in un ambiente così prestigioso?
Sicuramente per niente facile. Dopo i primi due giorni ho pensato “Bene, ora prendo su baracca e burattini, me ne torno a Verona e non ci penso più”.

Addirittura? Perché?
Beh, come ho detto prima, lì dentro erano tutte leggende e future leggende della danza. Mi sono sentita come un pesce fuor d’acqua, all’inizio. Poi, però, man mano che passavano le giornate, il timore è passato. Anzi, a dirla tutta mi sono anche tolta la soddisfazione di restare nel gruppo “avanzato”, una delle classi più alte.

Ti ha colpito qualche allievo/maestro in particolare?
Assolutamente sì. Ho conosciuto una ragazza dell’accademia di danza di Boston. Era fenomenale, si muoveva come una professionista, nonostante la giovane età. La cosa che più mi ha colpito è stata il rispetto che tutti le portavano. Gli insegnanti la trattavano come una di loro. Era davvero talentuosa.

E tu, scusa, non ti ritieni talentuosa?
(Sorride, ndr) Diciamo che ho ancora tanto da imparare! Ma continuando a sbattere la testa, a lavorare sodo e, soprattutto, a crederci…

“È molto difficile crederci”, “Dopo la maturità ci sarà solo il vuoto”: sono parole tue. Com’è che adesso sostieni il contrario?
Allora, ci credi a questo sogno, o non ci credi? Ci credo. Alla fine ho sempre amato le prove difficili, le imprese. Perché sono queste che fanno la differenza.

Possiamo dire, quindi “La vita è una Scala”?
Sì, senza alcun dubbio. È proprio una scala: un viaggio unico, tutto da scalare, tutto da ballare.

Un articolo di Nicolò Bruno