Intervista al maestro Lino Patruno

Manca poco, in realtà manca un solo giorno al momento che tutti, solisti e coro, aspettavamo con ansia e trepidazione da quasi sei mesi. Il Teatro Romano non è più un’utopia, un sogno difficile da realizzare, è una realtà che si avvicina a noi come un’onda che si infrange sulla spiaggia. Il cammino e l’adrenalina iniziano oggi, e per me, ora. Sono molto teso e la tensione si trasforma in scalpitazione, scalpitazione per avere l’onore di intervistare una delle più eminenti figure del Jazz mondiale, dagli anni ’50 ad oggi, Lino Patruno. Con molta disponibilità il Maestro arriva in A.LI.VE., visita la sede, entra in sartoria e si presenta a me e gli altri ragazzi, il momento è arrivato: andiamo nella sala relax, ci sediamo, ed iniziamo la nostra intervista.

Buongiorno Maestro. Lei è una delle figure più importanti del Jazz non solo italiano, ma anche mondiale. Tra le sue collaborazioni figurano mostri sacri. Come crede che si sia evoluta la scena jazzistica italiana e mondiale dal suo ingresso nel campo musicale, nella metà degli anni ’50, fino ad oggi?

Buongiorno a te Michele, inizio con il dirti che purtroppo, oggi come oggi, il vero Jazz non esiste più. Il Jazz degno di essere chiamato così è andato via via scomparendo negli anni ’70. Il Jazz vero era quello che si suonava nei locali agli esordi, quello dell’America degli anni ’20. In quel periodo l’Italia era un grande paese, dove il Jazz era valorizzato. Poi, all’inizio del 1960, con la nascita dei Beatles e del Rock’n’Roll, il Jazz ha perso sempre più valore fino quasi a scomparire. Il Jazz è un genere difficile, molto profondo, non adatto a tutti e comprensibile solo a chi è sensibile ad esso, perché non si può fare Jazz senza sentirlo con il cuore. Con l’arrivo del Rock’n’Roll il Jazz è iniziato a decadere, dopo il picco massimo che ha avuto negli anni ’40-’50, proprio perché il Rock’n’Roll era più facile: più facile da cantare, più facile da capire, più facile da suonare e tutto questo era accompagnato da un rimbombo mediatico molto grande: i Beatles, o i musicisti di questo nuovo genere musicale, che avevano un look innovativo: giacche e maglie a collo alto, capelli pettinati con la frangia o divisi nella metà.. Vedi, ora sembrano cose normali, ma a quell’epoca erano molto contro corrente, delle vere innovazioni! Qui in Italia prima della nuova moda musicale arrivò la moda stilistica, all’italiana. E qui in Italia, in quel periodo nacquero nuovi cantanti, ispirati proprio da questa nuova musica. Ti racconto una storia: io mi diplomai geometra, solo per volere di mio padre, perché a me poco interessava, avevo già chiaro in mente che la musica sarebbe dovuta essere la mia vita, così, dopo il diploma, iniziai a suonare in alcuni locali e lì fui notato, e, dato il mio diploma come geometra, fui chiamato a lavorare in una casa discografica, diretta da Enzo Micocci, mio caro amico. Proprio in questa casa discografica, un giorno, facemmo dei casting e si presentarono da noi due ragazzi, romani. Uno solo dei due però sostenne il provino, l’altro rimase fuori. Finito il provino uscì e vidi questo giovane che strimpellava e canticchiava con la chitarra. Gli chiesi se era anche lui lì per un provino ma mi disse di no, che non gli importava fare provini o il mondo della musica. Per me fu però impossibile non notare la sua somiglianza con Elvis, così glielo dissi. «Ehi, ma lo sai che assomigli proprio a Elvis?» «Certo! Io ascolto solo lui!» «Allora che ne dici di fare un provino?» «No no, non voglio, non fa per me..» Insomma, era fermo sulla sua posizione, ma trovai il modo di convincerlo. «Senti, perché non vieni dentro e ci canti qualche pezzo di Presley?» «Beh, se è per Elvis va bene..» Io lo sentii e mi fu chiaro da subito che il ragazzo aveva un gran potenziale.. «Come ti chiami?» «Roberto Satti» rispose. Credevamo molto in quel giovane, così pubblicammo il suo primo 45 giri. L’anno dopo, nel 1964, come ogni anno, ci fu Sanremo, e quale occasione migliore per far conoscere un giovane artista? Così iniziammo a pensare alla sua partecipazione, ma quel nome… non aveva nulla che potesse attirare, non colpiva, così Enzo, camminando su e giù per la stanza, ebbe l’ispirazione: «No, Roberto non funziona.. Dobbiamo trovagli un nome americano…sentite…chiamiamolo Bobby, Bobby Solo [solo stava ad indicare solamente Bobby, ma poi rimase nel nome dell’artista ndr]», e così nacque Bobby Solo. Io però, ci tengo a precisarlo, non mi occupo solo di musica, ma anche di cinema, di teatro, e di cabaret. Con alcuni miei cari amici fondai in Italia il vero cabaret, con i Gufi; e il cinema è una mia grandissima passione, tant’è che sono giurato del David di Donatello, ed è una passione che contrappongo alla televisione. Purtroppo oggi non esiste la Televisione, esiste la TV, che è una cosa diversa dalla prima e per me inutile. Oggi si vedono solo starlette, raccomandati e incapaci, messi lì solo per conoscenza, ma questa è una cosa terribile! La televisione, come qualsiasi altra cosa, va fatta da gente competente, non solo da chi è raccomandato! La vera televisione era quella di una volta, non quella di adesso con programmi inutili che trattano solo di gossip, di moda, di questo che si è messo con quella o quant’altro, di politici che sono ovunque oramai, che trattano di tutto e dicono le peggio menzogne ma non spendono mai, e dico mai, una parola per la cultura, per i giovani, per l’arte, per la musica! E lo sai perché? perché anche loro sono raccomandati e incapaci, sono proprio dei mascalzoni che ci stanno mandando a rotoli! La televisione vera era quella di una volta.. Io ad esempio facevo “Portobello” assieme ad Enzo Tortora, che è stato, da solo, precursore di molto altri programmi, che non sono altro che proiezioni delle rubriche presenti all’interno di “Portobello”. Ora quella televisione non esiste più. Scusami Michele, io a casa ho quarantamila dischi, dei quali ventimila non ho mai sentito, e diecimila film, dei quali cinquemila non ho mai visto, dimmi, perché dovrei guardare quelle cose brutte quando ho così tanto da ascoltare e vedere nelle mie collezioni? Io ho vissuto delle esperienze incredibili, ho suonato con alcuni tra i più grandi artisti, il violinista Joe Venuti, il trombettista Bill Coleman, il pianista Teddy Wilson… e tantissimi altri musicisti americani della storia del Jazz…purtroppo oggi dimenticati come dimenticata è dimenticata la storia del Jazz purtroppo…. Io suonato in alcune tra le band più importanti della storia, tra cui la ”Windy City Stompers”, la ”Riverside Jazz Band” e la “Milan College Jazz Society” e ho conosciuto alcuni tra i più grandi artisti come Louis Armstrong, e Billie Holiday, che ho avuto modo di ammirare in un’esibizione al Teatro Gerolamo di Milano dopo che era stata fischiata al Teatro Smeraldo frequentato da un pubblico rozzo e incolto. Lavorando alla Dischi Ricordi ho avuto modo di conoscere e collaborare con giovani artisti italiani come Luigi Tenco, Sergio Endrigo, Giorgio Gaber, al quale ho insegnato a suonare sulla chitarra alcuni brani di Jazz in quanto lui mi sostituì nei “Windy City Stompers”. E poi Fabrizio de André, mio caro amico, Lucio Dalla (anche grande clarinettista di jazz), Mina, Bruno Lauzi, Gino Paoli… E dire questi nomi comparati ai nomi che ci sono oggi nella musica leggera mi fa capire quanto purtroppo siamo caduti veramente in basso.

Come crede che dei giovani con voglia di stupire come noi dovrebbero essere aiutati e valorizzati? Tornerà a collaborare con A.LI.VE?

Vedi, considerando che i politici non fanno ne faranno mai nulla, credo che il maggiore incitamento e insegnamento debba arrivare dalla famiglia. Circa due anni fa mi scrisse un ragazzo, proveniente da un paesino sperduto della Calabria, Luca Filastro, e mi mandò un video. Io, che rispetto la gente che mi scrive, lo guardo e alla fine del video facevo salti come fossi un bambino. Questo ragazzo ha girato un video, ben montato e tra le altre, si è presentato davanti alla telecamera con cravatta e giacca, e ha iniziato a suonare un pezzo, beh, credimi, era una cosa pazzesca. Mi domandavo, ma come fa questo ragazzo a saper suonare così bene e a sembrare un vero jazzista? La risposta era semplice, per quanto poi ragazzi così siano casi che capitano una volta su un milione, questo ragazzo era stato cresciuto a pane e musica, musica vera, perché i genitori gli avevano fatto ascoltare i dischi di Jelly Roll Morton , di Fats Waller, di James P. Johnson e grandi nomi che avevano fatto crescere questo ragazzo in quel modo. Questo ragazzo ora studia al Conservatorio di Roma, lavora con me e gira ogni sera in un locale romano diverso. La famiglia, i maestri, i loro insegnamenti e le loro indicazioni sono le uniche cose che contano.

Il Maestro Facincani arriva, è il momento di iniziare la prova. La Storyville Jazz Band ha già preparato tutto gli strumenti, tutto il Coro è arrivato, pronto ad iniziare, e allora iniziamo!

 

di Michele Marchiori