Intervista ad un grande giornalista a margine degli appuntamenti della Gerbera Gialla a Verona

Salve dottor Badolati, l’esperienza che sta vivendo alla Gerbera Gialla e la sensibilizzazione sul fenomeno della mafia che state facendo verso i giovani crede dovrebbe essere maggiormente incentivata dallo Stato? Purtroppo i mezzi di comunicazione di massa, come le reti televisive o internet, parlano poco della vostra attività…

Si potrebbe e dovrebbe fare molto di più. La lotta alle mafie è una questione ormai non solo italiana ma europea ed i media dovrebbero garantire massima attenzione a quelle associazioni come Riferimenti e a quelle manifestazioni, come la Gerbera

Gialla, che alimentano la cultura della legalità e l’impegno in difesa delle istituzioni democratiche.

Cosa sogna per questi giovani che con tanta caparbietà affrontano le insidie del mondo con la musica?

Sogno che possano avere una occasione per emergere. Sogno che pur vivendo al Sud qualcuno si accorga di loro e li aiuti.

Crede che la mafia un giorno potrà essere sconfitta definitivamente?

Solo se verranno utilizzati adeguati mezzi di repressione potrà essere sconfitta. Bisogna imprigionare questa gente e isolarla. E, contestualmente, rieducare i loro figli facendo capire che i padri ed i fratelli maggiori non sono esempi da imitare. Sgombrando il campo da questa gentaglia si fa sparire pure la subcultura di mafiosità che s’annida in molte regioni del Paese.

Qual è, nella sua affermata carriera giornalistica, la storia che più l’ha colpita?

L’uccisione di una giornalista mia amica. Si chiamava Maria Rosaria Sessa, venne assassinata a coltellate dall’ex fidanzato, Corrado Bafaro, nel dicembre del 2002. Fu vittima di un femminicidio.

Vede per il sud Italia, dove il fenomeno è maggiormente concentrato, uno spiraglio di luce e una crescita della lotta alla mafia?

Sta cambiando molto rispetto al passato. In positivo. I ragazzi si ribellano, le scuole si mobilitano, le Istituzioni sembrano più vicine alla gente. Occorre combattere con coraggio. E lo stiamo facendo.

 

di Michele Marchiori