Intervista alla celebre maestra Bruna Baglioni

Il 7, l’8 e il 9 giugno, A.LI.VE. ha organizzato una masterclass di perfezionamento per giovani cantanti in carriera, che in questa occasione sono stati seguiti da una delle più grandi voci dell’opera lirica in Italia, la maestra Bruna Baglioni. Signora Baglioni, quando nacque in lei il desiderio di cantare l’opera?

Ho sempre cantato. Chi ha la voce non può tenerla dentro, perché ha bisogno di uscire, libera. Da bambina cantavo di tutto e di più. Nel periodo di Mina volevo cantare come lei. Poi, i miei genitori mi hanno portato da un professionista, che rimase molto colpito e disse: “Questa è una voce che deve studiare” e così ho fatto. Non avevo nemmeno diciotto anni e poiché andavo a teatro molto spesso, nacque questa mia passione per l’opera. Improvvisamente, dopo audizioni, mi sono trovata su un palcoscenico in teatro.

Qual è stato il primo ruolo che ha interpretato?

Il mio primo ruolo è stato quello dell’ostessa a Spoleto nel 1971 nel Boris Godunov di Modest Mussorgskij, al Festival dei Due Mondi. La regia era del maestro Menotti. Da lì sono partita, ho ripetuto l’opera a Trieste, a Venezia. Dopo un’audizione con il maestro Gavazzeni fui scritturata alla Scala per esibirmi proprio nel Boris Godunov.

Lei è un mezzosoprano. Come descriverebbe la sua voce?

La mia voce ha una grande estensione. Va da un sol sotto il rigo fino a un do, oltre non mi sono mai misurata. La mia insegnante di tecnica diceva che non aveva avuto difficoltà nell’istruirmi, perché avevo una voce naturale.

Come ha vissuto il rapporto con il pubblico? 

In teatro, dopo qualche tempo, ti abitui, anche se c’è sempre timore. Guai se non ci fosse, perché sarebbe tutto molto schematico. Penso che sia importante dare per ricevere. Se tu dai qualcosa, il pubblico lo recepisce e te lo restituisce. Il cantante ha bisogno del pubblico per poter andare avanti: il suo applauso permette di superare tutte le difficoltà che si incontrano nel percorso artistico.

Come ha detto lei, in teatro ci si abitua. E nell’immensa cornice dell’Arena?

La grandiosità del palcoscenico dell’Arena di Verona è quella che mi ha più emozionata. Nel 1976, la prima volta che sono venuta, ho interpretato Amneris nell’Aida. C’era una scenografia imponente con una lunga scala che dovevo scendere durante il trionfo: le gambe mi tremavano all’impazzata. Gradatamente mi sono ambientata, tant’è vero che sono rimasta qui tantissimi anni. Considero Verona come la mia seconda città, se non la prima, avendo passato l’estate per venticinque anni qui. Ho più amici a Verona che a casa mia, a Roma. L’Arena, poi, ti fa conoscere a tantissimo pubblico, a tutto il pubblico; mi ha dato molti fans. Ho fatto in tempo a cantare negli anni d’oro della lirica, quando il pubblico si metteva alle due del pomeriggio ad aspettare per entrare e prendeva il treno in piena notte, alla fine dello spettacolo, per tornare al lavoro la mattina dopo. Anche oggi, quando torno in Arena per vedere un’opera, sentire che il pubblico e il coro mi riconoscono mi riempie di soddisfazione. Si vede che ho dato tanto ed ho ricevuto tantissimo.

Al giorno d’oggi, ritiene che i giovani, al di fuori dei suoi allievi, valorizzino sufficientemente l’opera lirica?

Non siamo più nell’’800. Non esiste più solo l’opera lirica, ci sono molti generi musicali. Il problema è che nel nostro paese del belcanto non si insegni nulla di ciò nelle scuole. I ragazzi sul computer, alla televisione vedono solo musica leggera. Ma non bisogna arrendersi: in questi ultimi anni in cui mi sono dedicata all’insegnamento della tecnica e dell’interpretazione del canto lirico, ho visto tanti giovani venire, convinti e appassionati. Purtroppo, non facciamo niente rispetto a tante altre nazioni, dove, fin da piccoli, a scuola ci si dedica allo studio di uno strumento musicale gratuitamente!

Secondo lei, le associazioni che si dedicano alla musica, al teatro, all’arte si impegnano a promuovere l’opera?

Chi fa teatro vorrebbe farlo sempre di più, ma non ci sono le possibilità, non abbiamo nessun aiuto. Se una famiglia ha tre figli che vogliono studiare canto o uno strumento, come fanno? Mantenere queste attività è molto costoso! Tutto ciò, però, avviene in Italia, ma non in Francia, in Germania, in Austria… Dico solo una cosa: l’inglese è una lingua mondiale, lo spagnolo viene parlato in diversi luoghi, ma l’italiano chi lo parla? Noi e chi canta, perché quasi tutte le opere sono in italiano. Chiunque canta l’opera, canta in italiano. Solo così possiamo diffondere la nostra lingua!

Un’ultima domanda: che consiglio dà a chi studia canto lirico?

Non deve demordere. Cantare non è facile, non si può studiare oggi e poi fra una settimana, fin dall’inizio ci deve essere uno studio metodico, costante. La gola deve incominciare ad essere controllata gradatamente, senza interruzioni. Chi sostiene che con una settimana riesca a imparare un’opera, lo può fare. Ma imparare è una cosa, interpretare un’altra.

 

di Francesco Biolcati