Stuart-McClymont-026Inauguriamo con questo numero una nuova rubrica dedicata al mondo dei giovani, a quelli che decidono di superare le dure critiche di cui spesso sono oggetto, le generalizzazioni a cui gli adulti e i media tendono a ridurli. Qui, sulle pagine del nostro giornale, realizzato proprio dalle giovani penne di A.LI.VE., troveranno spazio le storie di chi ha voluto reagire, di chi ha mostrato di avere la voglia, il coraggio e soprattutto le capacità per fare di più e per cercare di realizzare i propri sogni. Perché sì, è proprio qui che sta la differenza tra chi ce la fa e chi rimane lì, ad aspettare, che qualcosa accada: è il credere in qualcosa, in un futuro migliore, in una passione o nella semplice speranza che le cose possano cambiare, ma solo quando siamo noi gli artefici del nostro domani.

“E voi che pretendete che tutto vi sia dovuto
con la scusa infantile che nessuno mi ha mai capito
siete così velleitari come artisti improvvisati
con quella finta libertà dei giovani viziati
”.
                                                   
G.Gaber. “Il grido”.

Giorgio Gaber, già nel 1998 (grazie alla sua abilità nel giudicare i comportamenti dell’uomo), ci offriva un attualissimo spaccato di questa nostra società che vede lo scontrarsi dei giovani contro un’opinione pubblica estremamente critica nei loro confronti. La grandezza di Gaber sta nell’aver colpevolizzato la società adulta. Di fatto, la sfera sociale dei “grandi”, non fa altro che inveire contro quello che invece dovrebbe essere il suo futuro (la classe giovanile), ottenendo così un “effetto boomerang” che va a svilire la motivazione e la voglia di impegnarsi sia dell’una che dell’altra parte.
I giovani sono visti come gente pigra, come fannulloni viziati e ignoranti. La televisione manda in onda servizi di ragazzi che non sanno rispondere alla domanda “perché il 25 aprile è considerato giorno di festa della Liberazione?”. I giornali stampano articoli in cui si scrive che i giovani hanno rifiutato le proposte di lavoro offerte da EXPO 2015 perché altrimenti si perdono le vacanze estive. Infine, ciliegina sulla torta, viene pubblicata l’intervista a Mattia Sangermano che partecipa alla rivolta armata contro l’Esposizione Universale, senza saperne i principi fondatori. L’opinione pubblica, inorridita da cotanta ignoranza e alimentata dalla strumentalizzazione dei fatti dei mass media, spara a zero sui giovani che si trovano stretti in una morsa diffamatrice che ogni giorno si stringe sempre di più.
La verità, purtroppo, è che ci vogliono presentare ciò che più giova alla classe politica che vive sullo scontro “fratricida” della società. Tutte queste convinzioni, infatti, possono essere facilmente confutabili basandosi anche su realtà piccole come quella della città di Verona. L’idea è quella di proporre ai giornalisti di intervistare quei cinque ragazzi veronesi che nel 2012 hanno deciso di unire le loro forze economiche e le loro passioni (moda e volontariato). Il risultato? Progetto Quid, un nuovo brand made in Italy che produce capi di abbigliamento con la collaborazione di donne dal passato fragile, le quali hanno vissuto in carcere per un periodo della loro vita.
Seguendo la rivista Millionaire, si possono scoprire centinaia di casi: giovani che hanno messo in pratica un progetto da loro meditato, ottenendo peraltro grande appagamento morale aggiunto a un buon introito economico. Sarebbe giusto che i giornalisti scrivessero di loro, che li menzionassero in un servizio al TG, così da dare almeno una parvenza di quella meritocrazia che pare stia ancora nell’Iperuranio platonico.
“E voi che rincorrete, decisi e intraprendenti 
l’idea di una carriera tipo imprenditori sempre più rampanti 
disponibili a tutto, all’occorrenza anche disonesti 
con tutta la meschinità dei giovani arrivisti”.
L’intuizione di Gaber sta proprio qui, ovvero criticare quelle persone che con l’esperienza che hanno alle spalle si comportano come i giovani, con la differenza che i ragazzi lo fanno per ingenuità, gli adulti con consapevolezza. Per questo è giusto difendere la causa giovanile, per non farci assalire dalla disinformazione che ci vogliono imporre dall’alto, per mantenere stimolata la voglia di creare un futuro partendo da loro.
Quindi come direbbe Pasolini:

“Siamo stanchi di diventare giovani seri, o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.
Non vogliamo essere subito già così senza sogni.”

Mai Pasolini fece affermazione più azzeccata.

Un articolo di Emilio Boaretto