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Domenica 3 Maggio, presso il Teatro Astra di San Giovanni Lupatoto, è andato in scena il nuovo spettacolo firmato A.LI.VE., L’oste in mezo ale done, con regia di Marco Pomari, direzione di Paolo Facincani e musiche del giovane Achille Facincani. Un vero successo, come ci raccontano due giovani spettatori presenti alla prima.

 

 

LA STORIA DI IERI… PER CAPIRE IL PRESENTE

Quello che subito colpisce guardando lo spettacolo sono il cuore e la passione che i giovani artisti, calati molto bene nei loro personaggi, hanno messo nel cantare e nel recitare, dimostrando una grandissima energia e tanto entusiasmo, chiaramente percepibili dalla platea.

Un aspetto sicuramente insolito dello spettacolo è stato l’abbondante uso del dialetto Veronese da parte dei giovani artisti: una lingua spesso sconosciuta ai giovani, e frequentemente rifiutata perché considerata “grezza”. Questi ragazzi, recitando in dialetto, ci hanno ricordato che questo era l’idioma che i nostri nonni usavano nella loro quotidianità, parlato tanto dal rude oste quanto dal raffinato parroco. E’ dunque un patrimonio umano che va salvaguardato, non disprezzato e dimenticato, e tale compito spetta a noi Veronesi in primis.

Inoltre, fanno riflettere i temi trattati: la guerra, la lotta per l’emancipazione femminile, l’analfabetismo. A noi queste problematiche sembrano quasi surreali. Ci sembra che siano state superate da secoli, mentre in altre parti del mondo sono purtroppo ancora molto diffuse e sono la realtà quotidiana dei nostri coetanei. I ragazzi di A.LI.VE. con questo spettacolo, ci ricordano che in anni abbastanza recenti questi temi creavano discussioni e portavano dolore anche in Europa, in Italia e a Verona, e che i nonni di molti di noi hanno fatto i conti in prima persona con la dura realtà abilmente rappresentata nello spettacolo.

I ragazzi hanno rivolto un invito a tutti noi: non dobbiamo restare indifferenti alle disgrazie di cui sentiamo parlare ogni giorno; quello che oggi succede in certi Paesi, ieri accadeva in Italia, e chissà domani dove avverrà.

Lo scopo dell’arte, della musica, di tutto ciò che è puro e bello, è unire le persone, portarle a essere solidali e accoglienti reciprocamente. Questo è il nobile messaggio che un gruppo di ragazzi ha orgogliosamente lanciato dal palcoscenico quella Domenica sera, e che tutti quanti, nel nostro piccolo dovremmo diffondere.

Un articolo di Raffaello Mazzi


 

SI ALZI IL SIPARIO SULLA NOSTRA STORIA

Gli spettatori, uscendo dal teatro Astra di San Giovanni Lupatoto, avevano il sorriso sulle labbra, gli occhi lucidi e le mani doloranti per i troppi applausi.
Lo spettacolo ideato dal giovane regista veronese Marco Pomari, musicato dall’ancora liceale Achille Facincani e messo in scena dal coro giovanile di A.LI.VE. (sotto la direzione del Maestro Paolo Facincani), si è rivelato un successo!
L’oste in mezzo ale donne, opera interamente in dialetto, dipinge in modo frizzante e innovativo la vicenda tanto tragica quando ricca di cambiamenti sociali che è la Prima Guerra Mondiale.
La genialità del regista è stata quella di presentarci la vicenda, tanto conosciuta, sotto una nuova luce: non, come solitamente accade, attraverso gli occhi dei soldati al fronte bensì tramite quelli delle loro donne, nei paesi, nella costante angoscia di ricevere una lettera di condoglianze e nella decisione, combattuta, di rivedere il proprio ruolo sociale al fine di adattarsi e poter quindi sopravvivere.
Il conflitto tra emancipazione e tradizione viene caricaturizzato e portato all’ennesima potenza dalla presenza sulla scena di due fazioni di donne: le donne con le ‘braghe’ e quelle che ‘non si sporcano’. Le prime incarnano le donne che, davanti alle difficoltà, si sono rimboccate le maniche e, sperando nel ritorno del marito, del figlio o del fratello, si sono date da fare svolgendo le mansioni che i loro uomini espletavano prima di partire per il fronte. Le seconde, invece, rappresentano le donne più tradizionaliste e vengono appoggiate da una divertentissima Agnese Mela, nel ruolo della vecchia comare, e da Don Alberto, impersonato da un eccezionale Francesco Biolcati.
Nel paese, i contrasti e le discussioni tra le due fazioni sono all’ordine del giorno ed è per questo che, su disposizione del parroco, si delinea il ruolo del protagonista, l’unico altro uomo del paese, colui che dovrà mediare e riportare la pace tra le donne inferocite: uno sventurato, burbero oste interpretato da Nicolò Bruno, nuova, ma già importante recluta per A.LI.VE..
Tra marachelle, amori, litigi e riappacificazioni, intervallate da brani musicali, si volge alla fine dello spettacolo. Qui, la sindachessa (Sofia Carpene), con qualche frase lapidaria, riporta lo spettatore alla dura e triste realtà ricordando a tutti cos’abbia significato per gli umili la prima guerra mondiale, un’accezione che non sempre viene ricordata nei libri di storia.
Nonostante il coro A.LI.VE. avesse molti allievi vergini da questo tipo di rappresentazioni, i ragazzi hanno mostrato buona presenza scenica e grinta, forse più nella recitazione che nel canto.
Le musiche, grazie alle mani esperte di musicisti veterani, sono riuscite a riportare indietro le lancette del tempo avvolgendo lo spettatore nell’atmosfera di quegli anni e regalandogli una serata davvero piacevole.

Un articolo di Anna Lopresti

 

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