Prima stella di una costellazione di successi

Sono le 18.30 di sabato 6 aprile. Le porte che danno sul parcheggio del Teatro di S. Michele si aprono. La gente non si accalca all’ingresso, la folla non entra, gli unici autorizzati ad entrare sono gli artisti. Artisti che vivranno due ore di tensione: tensione per il pubblico, tensione per uno spettacolo che è alla sua seconda messa in scena, dopo una prima entusiasmante, ma stroncata da un eccessivo bizantinismo che ha rafforzato il gruppo e ha ricordato, nella coscienza di ognuno, che New Orleans è, e sarà per molto tempo, uno dei fiori all’occhiello di A.LI.VE.

Cos’è New Orleans?

È semplicemente la patria del blues, dello swing, della musica povera fuori, ma ricca più di ogni altra dentro. Della musica che se non ce l’hai nel sangue, non puoi farla. Della musica che se non ce l’hai nel cuore, non puoi capirla. E questo tutti gli artisti lo sanno. Loro sanno di aver costruito qualcosa di quasi unico per la loro età.

Quanti giovani, tra i 15 e i 23 anni avrebbero il coraggio di costruire uno spettacolo con un tale valore intrinseco, con un tale messaggio morale e storico, ma soprattutto culturale? Culturale per chi fa della musica non solo una passione ma una vera e propria sfaccettatura della propria vita e che soprattutto ha il coraggio di portarlo orgogliosamente, come per poco altro, davanti a un pubblico, che si desidera sia sempre maggiore, per far sì che il messaggio passi tra più persone, per far capire che A.LI.VE. non è un posto dove ci si ritrova a tempo perso, A.LI.VE. fa sul serio. Allora conoscete ragazzi così?

Io sì e tutti quelli che conosco erano all’interno di quel teatro, il 6 aprile, stretti e schiacciati tra doppiopetti, frack, cappelli, cravatte, abiti di ricche signore, ventagli, trucchi e abiti trasandati degli schiavi dell’America del Sud dei primi del ‘900.

Il tempo non scorre, vola. D’un tratto ci si ritrova alle 20,30. Tra meno di un quarto d’ora l’ingresso sarà aperto. La gente verrà? Sarà soddisfatta? Faremo un buon lavoro? Tutte queste erano domande che passavano nella mente di alcune persone, ma nessuno lo dava a vedere. La forza del gruppo ci protegge da ogni brutto pensiero, perché sappiamo che se sbagliamo c’è un altro ad aiutarci, e se non c’è gente, beh, abbiamo cantato, ci siamo divertiti, e quella gioia supera il dispiacere. 20.45: Francesco inizia la presentazione e il tempo intercorso tra il suo inizio e la risata malefica di Victor è sembrato eterno, col battito del cuore scandito nella gola. W est and Blues parte, siamo in ballo, quindi balliamo! Scena dopo scena il palco è sempre più nostro, il pubblico è sempre più nostro, l’immagine dello spettacolo quasi perfetto si sta lentamente costruendo nella mente, negli occhi, nelle orecchie e nel cuore di ogni singola persona seduta lì, davanti a noi, con gli occhi sbarrati per non perdere nessun dettaglio, le orecchie ben aperte per apprezzarci e le mani pronte a battere più forte, sempre più forte per farci capire che, sì, la canzone, il pezzo, lo spettacolo è piaciuto.

E tutto questo è confermato, anzi ultraconfermato dai dieci minuti di applausi finali, e da quelli ancora più appaganti, di concordanza, che hanno seguito le parole del Maestro Paolo Facincani: ”Mi ero ripromesso di non salire sul palco, ma ho visto che vi è piaciuto lo spettacolo. Sapete, si parla spesso di cultura, e dei giovani … Eccoli qui!”. Parole che, con la conferma unanime del pubblico che ha continuato ininterrotto l’applauso fino all’applauso dell’insuperabile ”Swing Low , Sweet Chariot”, hanno avuto un peso psicologico, una conferma nel fatto che ce la possiamo fare, possiamo conquistare il pubblico, più siamo uniti più vinciamo.

New Orleans è una piacevole riconferma ed un ulteriore dato di fatto: nonostante dalla prima messa in scena siano cambiati alcuni interpreti.

Quando si parla di musical, di coro, non sono i singoli a fare la differenza, è il gruppo a farla, è A.LI.VE. a farla.

 

di Michele Marchiori