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La statua dedicata a Berto Barbarani, in piazza Erbe a Verona

Maurizio Ravazzin ci aiuta a conoscere meglio la figura del grande poeta veronese Berto Barbarani, sui cui versi sono stati scritti i brani per lo spettacolo Veronaincanto e Mezzaneincanto.

« Quà, dove l’Adese, sensa fermarse
rompe nei ponti la so canson,
stao atento ai versi che pol negarse,
li tiro a riva, col me baston.»
(Berto Barbarani)

Quale testimonianza migliore di questi versi per introdurre il concetto chiave di tutta la poesia del grande poeta Berto Barbarani: l’amore per la città di Verona?. Quale migliore interlocutore, dunque, se non l’Adige per farsi raccontare le storie di Verona? Il vecchio fiume scorre gonfio di ricordi e di parole, parole che il poeta fa sue pescandole con il bastone.
Roberto Tiberio Barbarani (detto Berto), nato a Verona il 3 dicembre 1872, fu uno dei maggiori poeti italiani e dialettali veronesi del Novecento. Questo grande personaggio della cultura veronese sarà il protagonista della prossima edizione di Veronaincanto. L’evento, che si terrà in piazza Bra in data ancora da definirsi, concluderà il percorso proposto da A.LI.VE. agli alunni della scuola primaria nell’ambito del progetto Rete Musica – Educare alla musica con al musica: Verona, una città per la musica. Nell’occasione i bambini, accompagnati dal coro e l’orchestra di A.LI.VE. si esibiranno in canti scritti appositamente su testi di Berto Barbarani. Questi canti sono interamente in dialetto e per questo sono stati spiegati agli alunni da un grande conoscitore della poesia di Barbarani: il professor Maurizio Ravazzin.

Maurizio Ravazzin è un insegnante di lettere in pensione e l’attuale direttore della compagnia teatrale Renato Simoni. Una compagnia che 43 anni fa metteva in scena il suo primo spettacolo dal titolo Voria cantar Verona. Lo spettacolo ebbe un successo incredibile e il titolo stesso mostra come già molti anni fa fosse nato uno straordinario legame fra i testi di Barbarani e il maestro Ravazzin, che così ci ha parlato del grande poeta: « È il più grande fra i poeti veronesi, perché riesce veramente a toccare i massimi livelli dell’arte. Se alcune delle sue opere sono senza dubbio dei simpatici bozzetti folcloristici, che descrivono con simpatia, disincanto ed ironia i costumi del suo tempo, in molte altre (Giulieta e Romeo, di cui i ragazzi hanno imparato l’inizio del prologo Voria cantar Verona, San Zen che ride, Le tre cune, El Cristo su la scala, ecc.) l’autore, pur partendo dalla realtà quotidiana, la reinterpreta, ne evidenzia sentimenti universali quali l’amore, la sofferenza del vivere, la speranza, la gioia e riesce così a comunicare con gli uomini di ogni epoca e di ogni luogo. Si pensi a quell’ “Adese che va in çerca de paesi e de çità” e che durante il suo percorso impara e narra innumerevoli storie della gente e dei luoghi che attraversa: è il simbolo della sacralità delle nostre radici, della condivisione uomo/natura che oggi sembra smarrita, dell’amore che coinvolge uomini e cose e che qui viene sublimato da quello famoso dei due amanti veronesi».
Ma se il protagonista indiscusso di queste righe vuol essere Berto Barbarani, non possiamo dimenticare che saranno dei giovani alunni a cantare e grazie a loro i versi del grande poeta veronese rivivranno tra le mura scaligere. Per questo motivo, il maestro Ravazzin ci ha spiegato come gli alunni hanno accolto questo progetto e che reazione hanno avuto di fronte al dialetto: «Tutti gli alunni erano molto contenti di cantare insieme. Il mio intervento è stato mirato soprattutto a spiegare quella Verona e quelle situazioni di cento anni fa, che certo non potevano rientrare nell’esperienza dei ragazzi, e anche questo è stato apprezzato. Il dialetto di Barbarani è capito da una netta minoranza dei ragazzini (e delle insegnanti) e non perché molti sono gli alunni di origine non italiana, ma perché forti media (Televisione, internet…) hanno spianato il linguaggio, unificandolo, massificandolo, non certo rendendolo più colto e più corretto. Inoltre il dialetto, che molti alunni parlano o ascoltano nel loro ambiente, ha perduto in realtà il connotato culturale d’una lingua autentica, sia pure circoscritta in angusti limiti, per assumere quello di lingua “ignorata”, insomma è una storpiatura dell’italiano, dovuta a un apprendimento approssimativo: può far ridere o sorridere, ma non mi pare che ci si possa vantare di essere ignoranti».
«È importante preservare la tradizione dialettale, ma non è sufficiente se non viene supportata da molti altri interventi da parte degli insegnanti (la storia e le tradizioni del luogo in cui viviamo dovrebbe essere materia di insegnamento), e soprattutto delle famiglie. Provocatoriamente ho invitato i ragazzi a farsi accompagnare dai genitori in passeggiate domenicali lungo l’Adige, di tacere e mettersi in ascolto delle storie che il fiume racconta».

Dunque è proprio questa la magia che Veronaincanto può produrre: far rivivere nelle menti, ma soprattutto nei cuori delle nuove generazioni la bellezza della poesia e l’amore per la propria città. Perché se Berto Barbarani è morto il 27 gennaio 1945, i suoi versi vivono ancora ed è proprio questo il miracolo che l’arte può generare! Oggi la città di Verona ricorda il suo grande poeta con una statua bronzea, posta a margine della sua amata Piazza Erbe, in cui il poeta è rivolto verso il centro della piazza stessa, guardando quella statua di Madonna Verona che rappresenta la “veronesità” tanto celebrata nelle sue poesie.

Un articolo di Elisabetta Cipriani