I ragazzi di A.LI.VE. durante le prove dello spettacolo

I ragazzi di A.LI.VE. durante le prove dello spettacolo

In un’irriverente commedia musicale, Marco Pomari dirige il Coro Giovanile di A.LI.VE. alla conquista del Teatro Astra di San Giovanni Lupatoto il 3 maggio. Tra guerra, donne lavoratrici e aristocratiche, il povero Oste si trova in mezzo. Cosa farà?

Semplice, puro e grezzo. Semplice, come il modo in cui sono esposti i temi trattati, con passaggi mai volgari. Puro, come il lavoro dei giovani che lo interpretano. Grezzo, nell’accezione più positiva del termine, perché non serve un giro di parole estenuante per far passare il messaggio. Questo è L’Oste in mezo ale done. «Nell’anno del centenario della Grande Guerra volevo portare un’opera diretta, in memoria della nostra storia» racconta Marco Pomari, che scrive e dirige l’opera. Le musiche sono di Achille Facincani, che armonizza anche le voci del coro e dei solisti. Dirige il coro il Maestro Paolo Facincani, presidente di A.LI.VE.

Il regista racconta così la storia: «In un paese dilaniato dalla guerra, le donne devono prendere le redini delle proprie case. C’è chi decide di rimboccarsi le maniche e lavorare, mentre altre, più benestanti, amministrano il patrimonio facendo le casalinghe. Nel mezzo? Un prete plenipotenziario, un oste burbero, una “sindachessa” dalla lingua biforcuta e una decina di ragazzi scapestrati». Proprio questi ultimi rappresentano il perno distensivo dell’opera, in quanto con le loro battute regalano momenti di serenità e qualche risata. Le donne, invece, con il loro carico di frustrazione, fanno dannare il povero Don Alberto. Dice Pomari: «Ho pensato a una distinzione così netta perché in qualche modo bisognava creare attrito. In quel periodo effettivamente le donne dovevano prendere posto ai mariti nei loro lavori: dall’arrotino al calzolaio, perfino allo spazzacamino. Altre, invece, le più aristocratiche vedevano come eresia questa presa di posizione e preferivano rimanere a prendersi cura della casa».

Le gesta di queste due tipologie di donne, “Donne Rivoluzionarie” e “Donne Che Non Si Sporcano”, devono essere in qualche modo raccontate ai posteri. Viene così deciso di narrare tutto in un diario. E chi può scriverlo? «La “sindachessa”! La moglie del sindaco partito per la guerra, è la classica donna che non le manda a dire a nessuno, che non teme di dire ciò che pensa».

Ma la fame arriva un po’ a tutti, poveri e benestanti. A riconciliare le parti ci penserà l’amore, la storia tra Lisetta, ragazza benestante, e Martino, figlio di un arrotino. «Martino e Lisetta sono un po’ l’anello che tiene unito il paese. Lisetta è l’unica ragazzina in giro e Martino l’ha fatta innamorare. I genitori sono chiaramente contrari ma alla fine devono arrendersi» spiega il regista, che ispirandosi alla “nostra” Romeo e Giulietta ha creato un amore diviso dalle fazioni.

«Ogni personaggio ha la propria psicologia, molto immediata e facilmente riconducibile. L’Oste è il classico burbero dal cuore buono che cerca di aiutare tutti senza mai mettersi in mezzo, facendo un po’ da paladino della giustizia. Non mancano però gli scappellotti a chi prova rubargli le caramelle». L’Oste è sempre in conflitto con il prete, rigido conservatore della tradizione.

Un altro personaggio degno di nota è Bartolo. «Bartolo è il classico ragazzo che vive sotto l’ombra della madre. È impacciato e goffo, spesso fuori luogo e non sembra mai capire ciò che gli viene detto. Non bisogna toccargli la mamma e non bisogna parlargli di donne. È ancora troppo piccolo!».

Insomma, tra mammoni, innamorati, compagnie di amici e donne in lotta tra di loro, L’Oste in mezo ale done si appresta a diventare un nuovo pezzo da novanta sulla scia di New Orleans e Sir Arthur.

«Sicuramente ci sarà chi si chiede come mai il testo è scritto quasi interamente in dialetto» conclude Marco Pomari «Ebbene credo fermamente che la lingua delle emozioni sia il nostro dialetto e con nostro non intendo il dialetto veronese, ma il dialetto di ciascuno di noi. Ci sono alcuni concetti, alcune espressioni dialettali che non hanno una contropartita valida nella traduzione in italiano, alcune addirittura non hanno nemmeno una traduzione che riesca ad essere corretta. Per questo credo che esprimersi in dialetto ci permetta di utilizzare una più vasta gamma di modi di dire, parole o semplicemente tonalità e colore nell’interpretazione che rendono decisamente più vero il dialogo».

Un articolo di Michele Marchiori